Angelo Vitale

 

LA STORIA DI TAPPO

 

 A Hooker, a Brì e a tutti i cani del mondo, anche a quelli

che l’uomo ha reso cattivi.

 


UNA DOMENICA AL RISTORANTE

 

I

 

La motoretta del postino che passa scoppiettando lungo il vialetto sotto casa, Lillo che abbaia alle cornacchie, due gatti che si azzuffano gnaulando a più non posso in un qualche giardino del vicinato, ma Tappo… niente! Non muove un muscolo. Resta lì, ben piantato dov’è nel bel mezzo dell’ingresso, a minacciare caparbio: “Di qui non si passa se non sopra al mio cadavere!”

Pare un gufo, appollaiato come si ritrova sulle zampe posteriori: gli occhi a feritoia, le orecchie a deltaplano, il muso incollato sul petto manco stesse a far penitenza in espiazione di chissà quali inconfessabili peccati.

Che poi, a vederlo così, anziché bruciare sui carboni ardenti, darebbe più che altro l’impressione di starsene a sonnecchiare tranquillo, afflitto tutt’al più da una fastidiosa emicrania. 

A vederlo così! Ma al solo passargli una mano sulla schiena per fargli una carezza, ci si accorgerebbe, e non senza provare un certo raccapriccio, che sotto il pelo ribolle come una pentola a pressione rotta, in procinto di scoppiare. È tutto un fremito, dalla punta del naso all’estremità del mozzicone di coda che ancora gli rimane. Roba che, a non sapere il perché di tanto subbuglio, verrebbe naturale a chiunque correr subito a chiamare un veterinario.

Sempre! Tutte le sante volte che l’Uomo e la Donna si ap-prestavano ad uscire, per lui era un calvario. Sempre! E se capitava poi, come quel mattino, che le cose si trascinassero per le lunghe… addio, allora: si salvi chi può! Lo star lì ad aspettare che si fossero tirati a lucido, si trasformava per lui in un autentico supplizio.

Già! E tutto per colpa della Donna! Lui, manco a dirlo, era il primo a presentarsi all’appello. E mai con un pelo fuori posto. L’Uomo, sì, poteva ben darsi il caso che per strapparlo via dai suoi marchingegni facesse a volte tribolare un po’, ma la Donna!... La Donna era un disastro. Una cosa insopportabile. Era la sua disperazione. Prima che fosse pronta!... Non la finiva più di correre avanti e indietro per la casa, peggio di una sposa. E, zitta, eh… zitta! Mica che si degnasse anzitempo d’informarlo di che morte sarebbe dovuto morire. Figurarsi! Lo teneva sulla corda sino all’ultimo, senza un briciolo di misericordia. Sempre!

Che poi… Chi è che lo obbligava a star lì, impalato, a rodersi il fegato? Nessuno! Loro si mettevano in ghingheri per uscire? Bene! E lui via, a spaparacchiarsi con nonchalance sulla sua brandina. Non lo volevano con loro? Tanto di guadagnato! Partissero pure senza di lui. Per quel che gliene importava…

Facile a dirsi. Ma in certi frangenti, a voler tener Tappo sulla sua brandina, neppure a legarcelo sopra ci si sarebbe riusciti. Avrebbe rosicchiato le funi meglio e più in fretta di un topo. 

E questo per il semplice motivo che, al pari della stragrande maggioranza dei propri simili, il potere andare a spasso con i suoi padroni lo rendeva il cane più felice di questo mondo.

Apriti cielo, se lo lasciavano a casa! Ne faceva una malattia. Non avrebbe rinunciato ad un’uscita a tre neanche per una bella ciotola colma di ossa spolpate di pollo d’allevamento, che a lui, checché ne dicessero i buongustai, piacevano assai più di quelle di pollo ruspante, decisamente meno friabili. No, per smuovere Tappo dal punto strategico in cui andava a piazzarsi, ogniqualvolta subodorava nell’aria il verificarsi di movimenti sospetti, non sarebbero valse le cannonate.

Un nonnulla bastava a metterlo sul chi vive. Anche il sol fatto che la Donna aprisse lo sportello scorrevole della scarpiera in bagno o un’anta dell’armadio di camera sua. Desto o appisolato che fosse, in qualsiasi faccenda si trovasse affaccendato, Tappo mollava li tutto per precipitarsi di corsa da lei e seguirla poi come un’ombra, rodendosi il fegato d’impazienza nell’attesa d’arrivare a scoprire ciò che stesse bollendo in pentola. Dopo di che, se non si trattava di un falso allarme, a orecchie e mozzicone di coda alla… disperata, eccolo trascinarsi nell’ingresso… ad aspettare.

Non era l’attesa di per sé a rendere Tappo insofferente. Era l’incertezza, a tenerlo sulle spine. Era il terrore che la Donna, brandendogli seria seria l’indice teso della mano destra sul muso, gli scandisse – sempre sul medesimo – l’esecranda tiritera: «Tu non puoi uscire oggi con noi. Oggi tu resti buono buono a casa a fare la guardia, senza combinare guai, che papà e mamma tornano presto. Capito?». Al che Tappo, offeso a morte, spariva sotto la cristalliera del soggiorno, strisciando appiattito sul pavimento, simile ad un gigantesco rospo peloso.

Ma, ahimé, in famiglia, a dover sopportare certe angherie della Donna, quel mattino come… sempre, non toccava solo a Tappo. Con tanto di giaccone sulle spalle e sciarpa al collo, l’ennesima sigaretta accesa stretta fra le dita, un’occhiata distratta alla tivù, un’altra sempre più torva all’orologio da polso, pure l’Uomo era in attesa.

La vecchia pendola, appesa in soggiorno accanto alla finestra, batte le dodici. L’Uomo borbotta qualcosa tra sé e sé. Si fa tardi, sempre più tardi! Caparbiamente inchiodato al suo posto, da tanto sta su rigido, Tappo ha ormai dello stoccafisso. Se non fosse per un impercettibile tic nervoso che a turno, ora l’uno ora l’altro, gli fa strizzare gli occhi, lo si direbbe impagliato. Vivo più che mai, è invece tutto proteso a non perder... d’orecchio, e neppur per un solo istante, ogni sia pur lieve rumore – si fa per dire – proveniente dal lato opposto della casa.

Una baraonda! Un continuo apri e chiudi di porte, cassetti e sportelli, frammisto ad un ticchettare frettoloso di passi, intercalato da lamenti e sospiri a non finire. Una gran babilonia, ma che, prodigio della natura, si trasforma per lui in una sorta di personalissimo ed efficientissimo codice morse che, attimo dopo attimo, lo tiene costantemente informato su ogni mossa compiuta dall’ar-tefice del suo penare.

La pendola batte il primo quarto. L’Uomo solleva gli occhi al cielo e sbuffa via indispettito il fumo di un’altra sigaretta, accesa ancora proprio per non dare in escandescenze. 

Allo stremo della sopportazione, mezzo mummificato per la lunga attesa, Tappo è ormai sul punto di crollare. Barcolla… sta su… barcolla nuovamente…

Ma – alla buonora! – ecco che lo schianto improvviso di una tapparella abbassata troppo in fretta, seguito a ruota da un ultimo, frettoloso sbatacchiare di porte, cassetti e sportelli, gli fa rizzare il pelo sulla schiena.

Come fosse vestita e quali scarpe calzasse, con tutta probabilità, ciò non sarebbe stato in grado di poterlo precisare, ma che la Donna fosse finalmente pronta e che da un istante all’altro avrebbe fatto la sua comparsa in soggiorno, di questo Tappo era più che certo, come certo era del fatto d’aver la coda mozza. Mai: non una sola volta le sue infallibili antenne lo avevano tradito. Mai!

E infatti, giusto il tempo di uscire dalla camera da letto e attraversare il corridoio, che eccola apparire, raggiante e sorridente, e presentarsi ai due con uno spudoratissimo: «Allora, che ne dite? Possiamo andare?». 

A Tappo si gela il sangue nelle vene. Sarebbe uscito con i suoi padroni o sarebbe finito sotto la cristalliera? La Donna si sarebbe chinata su di lui per notificargli la temuta condanna o si sarebbe diretta invece alla volta del mobiletto porta-telefono, dove, nel secondo tiretto, veniva custodito il suo guinzaglio?

Al colmo dello spasimo, Tappo solleva il muso da terra per rivolgere in direzione della sua aguzzina uno sguardo che più supplichevole di così non si può. Ma quella, manco lui esistesse, sparisce nel cucinino ad accertarsi per la centesima e una volta d’aver lasciato tutto in perfetto ordine.

Tappo crolla. Lancia uno di quei suoi sbadigli sloga-mascelle da far spavento e prende a tremare come una foglia.

Preceduta da un compiaciuto sospiro di sollievo, la Donna sbuca intanto dal cucinino per ticchettare svolazzante nell’in-gresso.

È il momento della verità! A Tappo si ferma il cuore. Un sol attimo però, che già balza via ad abbaiar felice al mondo intero che sarebbe uscito a spasso con i suoi padroni.

Con un sorriso tirato sulle labbra, spenti mozzicone di sigaretta e tivù, l’Uomo avvia con un click la sedia a rotelle motorizzata su cui siede e, veloce e attento, la pilota fuori sul terrazzino che si affaccia dietro casa. E da qui, una volta atteso con pazienza che la Donna richiuda portafinestra e cancelletto di protezione, scende con lei in giardino: giù, lungo lo scivolo in muratura che gli da modo di poter entrare ed uscire dalla propria abitazione a bordo del ronzante mezzo di locomozione di cui è costretto a dover far uso.

 

 

II

 

«Giù!... Va giù!... Ti ho detto di andar giù!... E tu, anziché star lì a ridere come un allocco, vedi invece di far qualcosa!…».

A disperarsi è la Donna, alle prese con un Tappo imbizzarrito che le saltella attorno abbaiando brioso, animato, si direbbe però, più da un’implacabile sete di vendetta che non da uno slancio di festosa gratitudine. A vederlo, il malandrino, la mina vagante che rappresenta per l’impeccabile gonna blu dell’elegante tailleur di lei, che, ad ogni balzo che fa, minaccia di voler… firmare con l’im­pronta delle sue zampacce tutte inzaccherate!

L’Uomo fa orecchi da marcante. Niente lo diverte quanto il poter assistere alle baruffe tra la sua compagna e Tappo, con lei che, il più delle volte, finisce col perder le staffe e trattarlo tale e quale un bimbo un po’ discolo. E se non fosse per timore delle conseguenze, pur di godersi allegramente lo spettacolo, si guarderebbe bene dall’intervenire. Eh, già: ma, addio pranzo al ristorante, se mai Tappo prendesse il sopravvento e lei fosse costretta a dover risalire in casa a cambiarsi d’abito!

«Tappo, là, i miciogatti!» s’affretta allora a gridare l’Uomo, un braccio teso a indicare un punto imprecisato lungo la stradina del quartiere, nella direzione in cui avrebbero poi dovuto procedere per recarsi in centro, dov’erano diretti.

Quasi per incanto, abbaiato un secco: “Okay, capo!”, Tappo toglie l’assedio alla sua padrona e, latrando da cattivo, parte di gran carriera a caccia del suo nemico preferito.

Tirato un bel sospiro di sollievo, la Donna fa appena in tempo a chiudere con un giro di chiave il cancello del giardino, che eccola tornare nuovamente a lamentarsi. Questa volta ce l’ha con l’Uomo, il quale, peggio di un ragazzino, partito Tappo, corre al suo inseguimento spingendo la traballante sedia a rotelle a tutta velocità, col rischio di farla pure ribaltare.

«O vai adagio o me ne torno subito a casa!» protesta lei che, in bilico sugli alti tacchi delle scarpe che porta, non può certo permettersi il lusso di stargli al passo. Lui, che sulle prime tira a far l’indiano, rallenta infine l’andatura e con un rapido dietrofront, seppur a malincuore, rientra ubbidiente nei ranghi, per proseguir poi buono buono a fianco della sua compagna.

Interrotta l’offensiva per mancanza di nemici, Tappo aveva intanto frenato la corsa per andarsi a fermar poi tutto baldanzoso in mezzo alla via a fare il punto della situazione. Che di gatti in giro non se ne vedesse neppur l’ombra, per il semplice fatto che quelli che avrebbero dovuto esserci se li era inventati l’Uomo, questo lui lo doveva sapere, eccome anche, solo che gli andava di fare lo gnorri e pascersi all’idea d’averne messo in fuga almeno una mezza dozzina. Cosicché, da autentico castigamatti che si riteneva d’essere, non aveva perso tempo, neppure in quell’occasione, per ringhiare a destra e a manca un ultimo, perentorio ammonimento, il quale, grosso modo, avrebbe potuto suonare così: “E ora badate bene di starmi alla larga, altrimenti!…”, o qualcosa del genere, e, a muso duro sull’asfalto, era ripartito al piccolo trotto per zigzagar poi in qua e in là, già spinto da ben altre motivazioni. Le più impellenti per un cane: trovare, cioè, un qualcosa di… stimolante contro cui alzare la zampetta.

Un’impresa non facile, se si considera che il vialetto del quartiere dove l’Uomo e la Donna abitavano – anche se così definito – non offriva altri comforts all’in­fuori dell’angolo di un muretto di cinta, della ruota impolverata di un’auto in sosta o di un qualche sparuto cespuglio d’erbacce secche. Carenza, questa, dovuta al fatto che non vi cresceva un solo albero, se non al di là di invalicabili cancellate, steccati o robuste reti metalliche. Disagio a cui Tappo, a dire il vero, non dava tuttavia un gran peso. Primo, perché avrebbe avuto modo di rifarsi in seguito con i platani del “Corso”, il lungo viale che portava in centro; secondo, perché strada facendo si sarebbe trovato a dover far fronte a tutta una serie di rendez-vous, piacevoli e non, da fargli dimenticare ogni altra quisquilia.

L’incontro o, più precisamente, lo scontro numero uno, Tappo lo aveva con il povero Lillo. “Povero”, perché anni prima, durante una fuga d’amore, era finito sotto le ruote di un furgoncino. Incidente da cui era sì uscito vivo, ma, ahimè, penosamente sciancato. Di una taglia superiore a Tappo, Lillo era l’unico essere vivente con il quale le sue padrone andavano d’accordo. Due anziane sorelle, alquanto stravaganti, che abitavano tutte sole in un’antica e cadente villa a due piani, circondata da un giardino incolto e tenebroso.

Fosse mai capitato, anche una sola volta, che al passare di Tappo fra i due non scoppiasse la guerra… Mai! E che guerra poi. Un’autentica cagnara, nel vero senso della parola. Un battibecco rapido e violento, il cui epilogo, dall’immutabile svolgimento, pareva esser tratto da un copione: Lillo, che se ne tornava zoppicando alla sua cuccia, bofonchiando tronfio e compiaciuto per aver impartito l’ennesima lezione di buona creanza a quel bulletto attaccabrighe da quattro soldi del suo vicino; e lui, Tappo, che se la tirava avanti spavaldo per la sua strada, tutto ringalluzzito per aver dato quel che gli veniva a quel vecchio barbogio spelacchiato che si piccava d’essere il padrone del quartiere.

Giusto il tocco che gli ci voleva per disporlo al meglio in previsione del successivo incontro che lo aspettava: Bella, una cucciolotta panna e zabaione, capitata lì da poco – si diceva – al posto di un bebè che una cicogna piuttosto disattenta doveva essersi dimenticata di consegnare.

Il mozzicone di coda sulle ventitré, Tappo passava davanti al suo cancello, impettito come un pinguino, dandosi arie da gran cane vissuto. Al sol vederlo sopraggiungere, Bella si scioglieva tutta in un cinguettio sommesso di uggiolii e mugolii da far impallidire un’allodola. Guai, se non l’avessero fatta uscire in giardino al suo sopraggiungere! Sarebbe stata capace di mettere a soqquadro l’intera casa. Aveva irrimediabilmente perso la testa per lui, l’illusa. Ma lui… tzeh! Troppo giovane! Mica poteva star lì a farle da balia. E che diamine!… Una scodinzolatina, e via. Quel tanto necessario a mantenere viva la fiamma. Col tempo, poi…

Ma se Bella, nonostante gli adolescenziali e appassionati slanci d’amore, non riusciva più di tanto a far battere il cuore a Tappo, da lì a poco ci avrebbero pensato Zac, Lilli e Pepe, un’intera famiglia di schnauzer, padre, madre e figlio, i feroci guardiani di un minuscolo villino tutto bianco, il più carino del quartiere.

Nani, ma terribili, i tre masnadieri aspettavano Tappo al varco, irsuti e bellicosi da far paura, pronti a farlo a pezzi alla minima occasione. Quanto docili e amorevoli si mostravano con i loro padroni, una copia di giovani sposi, altrettanto feroci e sanguinari si presentavano invece a Tappo, il quale, meschino lui, nel passare di là, svicolava zitto zitto sul lato opposto della via, orecchie e mozzicone di coda… in tasca. E quelli a ringhiare e a digrignare i denti, a bella posta per mettergli paura! Addio Tappo, se solo i tre avessero trovato modo di aprirsi un varco attraverso il fragile steccato di legno che cingeva il grazioso giardino in cui vivevano. La sua pelle non sarebbe valsa una crosta di pane secco.

Zuffe, svenevolezze, agguati: roba da far passar la voglia di uscir di casa a qualsiasi altro cane. E forse anche a Tappo, se, superato il peggio, non lo avesse atteso il premio finale: Nina, una stupenda lupa di mezz’età, pupilla di un grasso e facoltoso macellaio.

Materna, romantica e sognatrice, lei; appassionato, aitante e un tantino cucciolone, lui: all’arrivo di Tappo nel quartiere, tra i due era scoppiato l’amore. Un amore immenso, sublime, tenero e profondo, ma… ahimè, purtroppo anche proibito. Tutto li separava: taglia, rango, etnia nonché la ferrea barriera di un’artistica e massiccia cancellata, guarnita sulla cima da due palmi e più di filo spinato. Ma a Tappo e a Nina poco importava. Nina viveva per lui e lui per Nina. Tappo sapeva incantarla con un vasto repertorio di salti, scarti e piroette da mandarla in visibilio. “Ginnastiche da saltimbanchi!” avrebbero commentato i maligni. Invidia e nient’altro! Nina lo contemplava estasiata, rapita, colma d’affetto e gratitudine. E questo a Tappo bastava. Nel fuoco, si sarebbe gettato per lei. Anzi, di più: per lei avrebbe addirittura affrontato Lillo e i tre schnauzer, tutti e quattro messi insieme.

L’aria odora di muschio, di terra umida, di falò spenti. Tiepidi raggi di un debole sole filtrano attraverso i veli di una caligine sonnolenta ad inondare i giardini attorno con i tenui colori dell’autunno. Il vialetto del quartiere sonnecchia deserto. Al di là del pesante cancello della lussuosa villa in cui vive prigioniera, Nina mugola di malinconia. A modo suo, il mozzicone di coda che sventola in qua e in là come il tergicristallo impazzito di un’auto, Tappo cerca di consolarla. Colma di gratitudine, lei sporge timidamente il muso tra le sbarre dell’inferriata. 

Lui fa appena in tempo a rubarle un bacio di sfuggita che svelta una mano lo afferra per il collare e vi assicura il guinzaglio.

Mentre la Donna trascina via Tappo, stupita e triste, la fiera testa piegata di lato, Nina resta a guardarlo allontanarsi, uggiolando sconsolata. A passi lenti, la coda bassa, andrà a sdraiarsi poi sotto il portico di casa, in attesa del suo ritorno.

   

1.3  

Vuoi un po’ a causa di questo, vuoi un po’ a causa di quello, fatto sta che al ristorante dov’erano diretti, l’Uomo e la Donna avevano finito con l’arrivarci che l’una era suonata ormai da un pezzo.

E sì che Tappo, una volta superato il “Corso”, aveva subito messo giudizio. Pago d’essersi sbizzarrito a razzolare in lungo e in largo sul mare di foglie secche, cadute sul marciapiede, aveva preso a trotterellare a fianco della Donna – reduce, suo malgrado, da un’estenuante gara di tiro alla fune – docile come un agnellino, preoccupandosi solo di levar di quando in quando il muso all’insù, quasi a volerne spiare l’umore. Del tutto simile ad un bimbo che, dopo aver fatto i capricci al negozio di giocattoli, cammini trepidante accanto alla madre, nel timore poi, una volta giunto a casa, di buscarle di santa ragione.

Informato dalla Donna del loro arrivo, il proprietario del ristorante era subito accorso a ricevere l’Uomo, armato come sempre del solito grosso martello. Arnese che si rendeva quanto mai necessario per smuovere i paletti arrugginiti dell’anta ferma del portoncino d’ingresso – vecchio di oltre un secolo – senza la cui completa apertura l’Uomo e il suo ingombrante mezzo di trasporto non sarebbero stati in grado di poter accedere all’interno del locale.

Sulla settantina e curiosamente secco come un chiodo, per il mestiere che faceva, il buon uomo si era sempre dimostrato oltremodo gentile nei suoi confronti, per nulla impensierito dal fatto che la sua presenza in sala potesse recar disturbo a chicchessia. A differenza di certi altri suoi colleghi, disposti sì al sorriso, ma sotto sotto ugualmente pronti ad arricciare il naso alla vista della sedia a rotelle su cui sedeva. Ma non solo, una volta arrivato Tappo in famiglia, in deroga a certe regole della casa, aveva dato il benvenuto pure a lui. Purché, beninteso, se ne stesse buono buono sotto il tavolo.

Ma, se accogliente era l’oste, non altrettanto lo era… l’osteria. A parte l’anta del portoncino, da doversi aprire a suon di martellate, e l’alto gradino da sormontare, posto sulla soglia dell’ingresso, le difficoltà, cui l’Uomo era costretto a dover far fronte prima di potersi sistemare a tavola, non finivano lì. Una volta all’interno del locale, infatti, gli toccava sapersi destreggiare – e con autentica pazienza certosina – per evitare di raggrinzire la passatoia stesa nella hall; badar bene a non portar via qualche foglia all’uno o all’altro dei due giganteschi ficus che ornavano la buvette; porre la massima attenzione a non sfregiare un’antica cassapanca sistemata lungo un breve corridoio; e infine, dulcis in fundo, superati tutti questi ostacoli, per raggiungere una seconda saletta più discreta – dove, per l’appunto, Tappo aveva libero accesso – ultima impresa da compiere, non gli rimaneva che da attraversare il salone principale del ristorante. Tragitto, quest’ultimo, di per sé privo di ogni difficoltà. A patto, però, che il salone fosse deserto o quasi, e non, alla bell’ora in cui, lui, lei e Tappo ci si erano presentati, stracolmo di clienti.

Uno sterminato gregge brucante, capace di trasformare una semplice passeggiata in un’impresa titanica. E non solo a causa degli ostacoli di cui poteva esser disseminato il percorso, ma in particolar modo per via dei riflettori che solitamente vengono accesi sugli ultimi arrivati. Tanto più se costoro, ahimè, hanno pure la sventura di dare un tantino nell’occhio.

Difatti, all’apparire dei tre, l’attenzione della stragrande maggioranza dei presenti in sala si era andata a polarizzare interamente su di loro. Fatto, questo, peraltro comprensibile, seppur poco piacevole, ma, in ogni caso, di breve durata. Passato il momento, l’interesse di ognuno sarebbe tornato a dedicarsi ai piaceri della tavola, e tutto sarebbe finito lì.

Già, se solo a complicare le cose non ci si  fosse messa di mezzo la Donna, la quale, di fronte a quella golosa platea masticante, perde invece la testa e, di punto in bianco, pur senza fischietto né paletta, si mette a dirigere il traffico.

- Ecco… sì, così… avanti piano… Tappo!… Ma si può sapere!… Scusi… le spiacerebbe… Permesso… Fermo!… No no… un pochino più a destra… - chioccia a non finire, tutta presa nell’intento di pilotare l’Uomo attraverso il labirinto intricato di tavoli, sedie e carrelli di portata da far pensare ad una giungla.

È il caos. Fra tutti e tre, prima di essere finalmente sistemati al loro posto, oltre al resto, riescono a far alzare in piedi e a risedere, e per ben due volte, parte dei componenti di una allegra brigata di commensali: all’incirca una decina di persone.

- Sei comodo? - trilla lei, una volta seduta a tavola, eccitata e felice, gli occhi già posati su di un cestello di vimini rosso, colmo di un invitante mazzo di lunghi e sottili grissini dorati, che al vederli paiono dire mangiami.

- Comodissimo. Sta tranquilla.

Alla brusca risposta di lui, lei si fa seria seria. Si aspettava quel momento. Lo temeva, ma aveva ugualmente sperato che non si presentasse.

- Sei arrabbiato con me, vero? - domanda allora in un sussurro, rassegnata, avvilita, dopo un attimo di esitazione.

- Perché dovrei esserlo?

La voce dell’Uomo si è fatta roca, il tono sarcastico. Anche se abbozza un sorriso nel tentativo di apparire gentile, nello sguardo che cerca di evitare quello di lei, la Donna vi scorge quell’ombra grigia e cupa che a volte vi passa, velandolo di opaco.

- Hai male alla schiena?- s’informa allora, premurosa.

- No. Sto benissimo. - taglia corto lui. E intanto allunga una mano per prendere dalla tasca del gilè il pacchetto delle sigarette.

- Ti prego, non fumare! Me lo avevi promesso… - supplica lei. 

Duro, per tutta risposta, lui tira fuori il pacchetto dalla tasca, ne sfila una sigaretta e l’accende.

- Una, mentre aspettiamo. - commenta poi, scostante, sbuffando via con arroganza la prima boccata di fumo.

Ferita, la Donna si guarda attorno quasi a voler cercare aiuto. Quasi s’aspetti che fra i presenti lì in sala qualcuno intervenga a prenderne le difese. Ma il timore, poi, che quella pena così grande, che le stringe il cuore, possa trapelare sul suo volto ed esser pertanto spiata, compatita e forse derisa, la spinge ad abbassare prontamente il capo.

- Scusami. - mormora quindi in un soffio. E, presa la borsetta appesa alla spalliera della sedia, si alza in piedi di scatto e sparisce via.

 

1.4

Fosse dipeso da lui, in ristoranti o pizzerie Tappo non ci avrebbe mai messo… zampa. Non è che ci si trovasse molto a suo agio. Almeno sulle prime. In un secondo tempo, gustate poi le specialità dello chef, allora finiva magari con il cambiare idea. Ma subito, non appena ci capitava, avrebbe fatto carte false pur di potersene sgattaiolar via. Il trovarsi là, in mezzo alla confusione, sotto ad un tavolo che non era quello del soggiorno di casa sua, lo faceva sbadigliare a più non posso. Segno, questo, di un Tappo in gran difficoltà.

Ragion per cui, figurarsi la tragedia, quando la Donna se ne era scappata via! Povero Tappo, che a sentir lui, fuori di casa, avrebbero dovuto star sempre insieme. Tutti e tre. Pareva dovesse cascargli il mondo in testa, se qualcuno lasciava il branco. Se ad allontanarsi, poi, era proprio la Donna… apriti cielo, allora! A vederlo, se gli toccava di dover restare in strada a far compagnia all’Uomo, le volte che lei spariva in un qualche ufficio o negozio dove non se lo poteva portare appresso! Altro che anima in pena! Non si dava pace sino a che non la vedeva tornare. Persino a guaire disperato arrivava, se mai tardava più di tanto.

Se, in determinate circostanze, il rodersi di Tappo stesse poi ad evidenziare la rabbiosa impotenza del fedele bodyguard, cui veniva impedito di svolgere il proprio dovere, o, più verosimilmente, si riducesse a mettere a nudo le debolezze di un cane mammone, talmente avvezzo a star cucito alle sottane della sua padrona, da boccheggiare disperato come un pesce fuor d’acqua, una volta lontano da esse, con tutta probabilità, sulla questione, manco lui sarebbe stato in grado di far chiarezza. Ma, vuoi bodyguard, vuoi can mammone che fosse, certo è che brutta come quella domenica, al ristorante, Tappo non doveva essersela davvero vista mai.

Persino al punto di farsi dolere le mascelle si era ridotto, a forza di sbadigliare. Ma in quanto a servirgli da calmante… Neppure certi odorini che circolavano lì attorno, che al solo sentirli avrebbero fatto risuscitare un morto, si erano dimostrati in grado d’alle­viare il suo patire. Solo lui sapeva le pene che aveva sofferto, a star là, sotto a quel tavolo, in attesa che la Donna si rifacesse viva!

Per accorrere in difesa dell’Uomo, caso mai se ne fosse presentata la necessità, pure il diavolo in persona sarebbe stato capace di affrontare. Così come l’Uomo – si fa per dire – non avrebbe esitato un sol istante a vendere addirittura la sua sedia, se ciò fosse servito a non fargli mancare un tozzo di pane con cui potersi sfamare. Eppure, in certi frangenti, anche nei più difficili da superare, piuttosto che rivolgersi a lui in cerca d’aiuto, Tappo avrebbe preferito farsi frate in un convento di gatti.

Con certe ambizioni da capo branco che gli dovevano frullare per la testa, bella figura ci avrebbe poi fatto a correre a piangere sulla sua spalla. Ci avrebbe perso in dignità e prestigio. No: Tappo tribolava, sbadigliava, piuttosto moriva, ma, abbassarsi ad elemosinare la protezione dell’altro… maschio di casa, quello mai!

Per questo, se ne era rimasto là sotto, tutto solo, a tremare come una foglia, il muso puntato nella direzione in cui la figura della Donna si era confusa fra la gente, nella speranza, prima o poi, di vederla riapparire.

A ridurre Tappo a più miti consigli basta però poco. È sufficiente un brindisi: il botto improvviso di una bottiglia di spumante, stappata nel salone principale, lo terrorizza a tal punto che, se appena lo potesse, all’Uomo addirittura in braccio salterebbe.

Più morto che vivo per lo spavento, eccolo invece far timidamente capolino da sotto al tavolo e sollevare il muso all’insù, per spalancarlo poi in un ennesimo, enorme sbadiglio che altro non vuol essere se non un disperato S.O.S. lanciato alla volta del suo padrone. Ma, ahimè, anziché una carezza, come si sarebbe aspettato di ricevere, da parte di quest’ultimo non si vede arrivar giù nient’altro di meglio che una bella spolverata di cenere sul naso.

Di là intanto la festa continua. E al primo, di botto, ne seguono altri e poi altri ancora. Tappo regge fin che può, sinché alla fine, messa da parte anche l’ultima briciola d’orgoglio che gli rimane, si tira su da terra e, pian pianino, va a… bussare con le zampe anteriori alle gambe dell’Uomo. Ma, ri-ahimè, anziché dargli udienza, quello lo mette alla porta, manco lo conoscesse.

Tanto deve sembrargli grossa a Tappo che, senza neppur star lì a perder tempo con l’andarsi a chiedere se per caso il mondo non si fosse messo a girare all’incontrario, riparte subito alla carica. Ma, altro che risvegliarsi da un brutto sogno, come avrebbe tanto sperato che fosse. Altro che sentirsi dare una bella pacca sulla schiena o una rassicurante grattatina dietro le orecchie… Neanche fa a tempo a tirarsi su che – sant’Iddio! – l’Uomo lo respinge  nuovamente via da sé, e senza usare tanti complimenti!

Smarrito, folle di paura, persuaso ormai di certo che il mondo, oltre che ad essersi messo a girare all’incontrario, gli stia pure crollando addosso, Tappo ci riprova. Lo fa per una, due, tre, quattro volte… ma per una, due, tre, quattro volte l’Uomo lo ricaccia giù in malo modo.

Poi va a succedere che ad uno dei cameriere sfugge di mano un vassoio e che il gran fracasso, che quello fa nel cadere sul pavimento, finisce per far perdere la testa a Tappo, il quale, con un ultimo balzo, si lancia per l’ennesima volta sull’Uo­­mo, ma – ancora ahimè! – questa volta lo fa per grattare, raspare, graffiare, sinché l’Uomo non lo ferma con l’affibbiargli una pesante manata sul dorso.

Tappo non la sa, ma se anche le sue zampe non hanno l’impeto di quelle di un mastino, le sue unghie sono pur sempre dure e forti, mentre le gambe dell’Uomo, al contrario, sono fragili e vulnerabili. Come fragile e vulnerabile, a volte, lui stesso pure lo è.

Bastonato, peggio che se davvero avesse assaggiato il bastone, Tappo si arrende, si da per vinto. Si fa allora piccolo piccolo e si va a rifugiare tutto tremante sotto le pedivelle della sedia a rotelle del suo padrone, e lì rimane, ad uggiolare sommessamente, in attesa del peggio.

- Ehi, Chicco, mi senti?...

A chiamar Tappo è l’Uomo, dopo che si è versato e bevuto mezzo bicchier di vino.

- Vieni fuori di lì sotto, su… - gli fa pian piano.

Ma Tappo resta dov’è.

- Tappo… dai!… Esci fuori di lì, forza!…

Ma Tappo, niente: zitto!

- Chicco… mi senti? Fatti un po’ vedere, coraggio… Sapessi che bel miciogatto che ho qua io…

Ancora Tappo non si muove.

- Da bravo, Chicco, vieni fuori di lì…  Guarda che se lo dico alla mamma finisce poi che le buschi, eh!… - continua ad esortarlo l’Uomo. E lo fa con pazienza, con dolcezza, andando avanti sino a che Tappo non si decide a mettere il naso fuori dal suo nascondiglio per rivolger poi all’insù due occhioni grandi così, colmi di paura e speranza, che a vederli all’Uomo fanno stringere il cuore.

- Dai, Cirillo, da bravo… Vieni su da papà, forza!… - riprende allora a chiamare, battendosi le palme delle mani sulle ginocchia. 

Tappo tentenna ancora qualche po’, ma alla fine si decide a lasciare il suo rifugio e, adagio adagio, attento bene a non fargli male, si solleva sulle zampe posteriori e va, con quelle anteriori, ad appoggiarsi alle gambe dell’Uomo, il quale, non appena riesce ad agguantarlo, se lo tira su in braccio per stringerselo poi forte a sé, incurante di tutto e di tutti.

 

Nella toilette dov’era corsa a rifugiarsi, la Donna si era guardata allo specchio, d’istinto, preoccupata per il trucco. Gesù, come s’era ridotta! Pallida, brutta… Il viso sciupato, i capelli in disordine… Sul punto di piangere, aveva cercato con un lungo respiro di scacciare via il magone che le serrava la gola. Ma a nulla era valso, ché gli occhi le si erano lo stesso riempiti di lacrime. Sempre d’istinto, nell’intento di frugarvi poi dentro alla ricerca di un fazzolettino di carta, aveva allora appoggiato la borsetta sul bordo del lavabo. Ma neppure era riuscita ad aprirla, che le dita delle mani le si erano tutt’a un tratto fatte di pietra, paralizzate da quel repentino e travolgente fluire di pensieri dolorosi che spesso l’assalgono e pervadono la mente, gettandola nella disperazione più nera.

Pensieri atroci, laceranti. Pensieri che le mozzano il fiato. Che la piegano in due. Che le fanno avvampare le guance esangui, strappandole un lungo e soffocato gemito d’angoscia.

La stretta e bassa finestra, che a stento era riuscita ad aprire, porgeva su di un cortile interno, lastricato di ciottoli, stretto fra vecchie case. Un pozzo coperto da assi di legno, un fico rinsecchito, due panche sgangherate, una carriola senza ruota…

A lungo, avida d’aria e di luce, la Donna era rimasta aggrappata alle inferriate della piccola finestra, lo sguardo a percorrere le crepe segnate dal tempo sui muri di pietra scalcinati, su su, tra persiane cadenti e vetri rotti, a cercare uno spiraglio di cielo che non appare. Su su, sino a scoprire sul davanzale di un abbaino fra i tetti un vaso di gerani. Una minuscola macchia rossa che la strappa via di là e la porta lontano, in un afoso pomeriggio d’estate, tra i filari di una vigna ai margini di una strada assolata e polverosa che si perde fra le colline, nel canto monotono delle cicale, tra grida improvvise di bambini in gioco.

Allora, la Donna aveva pianto. Aveva pianto lasciando che le lacrime le scendessero calde e libere lungo le guance ad impiastricciarle il viso e le mani di rimmel. Aveva pianto sino a che, a poco a poco, nostalgie e rimorsi si erano acquietati in lei per tornare ad essere i dolorosi e fedeli compagni di sempre. E, infine, quando era tornata davanti allo specchio per rifarsi il trucco, il volto che le era apparso, era nuovamente quello di una donna forte e risoluta, capace di affrontare qualsiasi avversità della vita. Era il volto di una donna che non si sarebbe arresa mai. Di una donna che avrebbe lottato sino alla fine, sino a quando non le fosse rimasto anche un sol giorno in cui poter ancora sperare.

 

- Non succederà più, sai? Te lo prometto.

- Cosa?

- Che per colpa mia sia venuto così tardi. La prossima volta…

- Ci sarà una prossima volta?

- Garda che ti do le goccine, sai?

- Quelle dalle a Tappo. Agitato com’è…

Tornato il sereno, nel conversare affettuosamente con il proprio compagno, la Donna si mostra ora piacevolmente impegnata nello smantellare a piccole cucchiaiate un’abbondante porzione di un certo dolce di cui da l’evidente impressione d’essere alquanto golosa.

All’apparenza un tantino assonnato, l’Uomo sta invece centellinandosi un bicchierino del suo amaro preferito. Beninteso, gustandosi pure – e in tutta santa pace – la sigaretta di fine pranzo.

In quanto a Tappo, poi, di goccine, lui, pareva proprio non averne affatto bisogno. Passata la buriana che aveva passato, se la dormiva già, e più che saporitamente, lungo e disteso sotto la sedia della Donna, la pancia piena come un uovo. Che abbuffata che si era fatto! Di tutto un po’: dagli antipasti al dessert. Da giurarci che l’indomani sarebbe poi stato male e che lui e lei non avrebbero cessato un sol istante di rinfacciarsene reciprocamente la colpa. Ma era più forte di loro. Se da casa partivano con le migliori intenzioni di questo mondo, una volta là, giù un boccone uno, giù un boccone l’altra, finivano per ingozzarlo peggio di un tacchino.

 

1.5

A smentire un certo detto il quale vuole che un bel giorno si veda dal mattino, dispersi gli ultimi, malinconici e fuligginosi vapori della fitta nebbia che sin dallo spuntar del dì aveva spadroneggiato in cielo, un bel sole, per nulla novembrino, si era presentato ad accogliere l’Uomo e la Donna all’uscita dal ristorante. Una sorpresa, del tutto inaspettata e quanto mai gradita, che li aveva invogliati, nel rincasare, a far tappa ai “Giardinetti delle Scuole”. Quattro panchine, due aiuole e una fontana, ma che avrebbero permesso loro di chiudere in bellezza quel giorno di festa del tutto particolare.

Quando, a Dio piacendo, si erano finalmente alzati da tavola, nel ristorante non c’erano rimasti che loro tre: lui, lei e Tappo. Cosicché, pagato il conto, il proprietario, la moglie ed una loro figlia che li aiutava in cucina, pressoché ormai liberi da ogni altro impegno – salvo quello di dover badar loro – li avevano accompagnati sino in strada e, ben lieti – perché no – che alla buonora si fossero finalmente decisi a togliere l’incomodo, si erano profusi come non mai, nel salutarli, in un’infinità di attenzioni e gentilezze.

Circostanza, questa, che aveva indotto la Donna a lasciarsi cullare in una delle sue innocenti e curiose fantasticherie, quali l’immaginarsi, per l’occasione, d’essere la compagna di un ricchissimo e stimatissimo signore il quale, per amor suo, avesse affittato l’intero locale per pranzarvi loro due soli, serviti e riveriti come due principi. E chissà… Pure all’aggiunta di una romantica orchestrina di violini zigani, sarebbe magari arrivata, se, a richiamarla brutalmente alla realtà, non ci avesse messo di mezzo lo zampino – e qui è proprio il caso di dirlo – il paggetto al seguito: Tappo, il quale, una volta all’aperto, bramoso più che mai di poter dar sfogo a certe sue impellenti necessità, era partito a spron battuto alla ricerca dell’albero più vicino, trascinandosela dietro senza tanti complimenti.  

Superfluo dire che l’allettante richiamo di quel mite ed inconsueto pomeriggio autunnale aveva affollato i “Giardinetti delle Scuole” che, gremiti così di visitatori, non capitava a volte di vederli neppure durante la bella stagione. Ragion per cui, il riuscire a scovare un angolino su cui poter trovare posto a sedere, si mostrava esser subito un’impresa tutt’altro che facile.

Ma, se per sua sventura, determinati problemi all’Uomo non spettava proprio di dover risolvere, con una buona dose di fortuna, la Donna era riuscita a rimediare una spanna di panchina accanto a due anziane signore piuttosto corpulente, immerse fra loro in un sommesso cicaleccio, curiosamente interrotto, di quando in quando, da lunghi e meditabondi silenzi; e dal momento, poi, che la spanna di panchina era pure esposta al sole, senza perdere un attimo di tempo, sempre lei, la Donna, ne aveva subito approfittato per mettersi in posa a prendersi un po’ di tintarella.

Parcheggiato sulla sua sedia a poca distanza dalla sua compagna, come in mezzo ad una platea in estasi di fronte all’esecuzione di un concerto meraviglioso, l’Uomo pare essere l’unico, fra gli spettatori presenti, a non possedere il bene dell’udito.

Nei suoi occhi è riapparso quel velo, quell’ombra fredda e opaca capace di mutargli la consueta dolcezza dello sguardo in una livida maschera di dolore, non lasciandovi trasparire che amarezza e sconforto. Svanita l’euforia, regalo di un mezzo bicchiere di vino in più, bevuto durante il pranzo al ristorante, l’Uomo si è ritrovato ora nuovamente solo, faccia a faccia con quel piccolo topo, cieco e sordo, instancabile ed affamato, che gli rode la schiena ingobbita, piegata da quel terribile male che lo ha colpito a pochi mesi di vita e che da sempre gli ha impedito di poter camminare.

Se ne sta lì, accasciato sulla sua sedia, a girarsi e a rigirarsi una sigaretta spenta fra le dita, senza tralasciare un sol istante di lanciare furtive e torve occhiate in direzione della sua compagna.

Cullata dal parlottio delle due attempate matrone, lei pare essersi assopita. Gli occhi chiusi, il capo leggermente piegato all’indietro, le labbra atteggiate in un sorriso, anziché seduta in bilico sul bordo di una panchina, la si direbbe comodamente distesa su di una confortevole sdraio, sulla terrazza di un qualche rinomato albergo d’alta montagna.

È con un gesto brusco, che ha del rabbioso, soffocando un’imprecazione, che tutto a un tratto l’Uomo si accende la sigaretta che tormenta tra le mani, per aspirarne poi, con lenta avidità, le prime boccate di fumo.

Gesù!… il cuore, in  petto, gli prende a battere forte, e il sangue, che pareva esserglisi fatto di ghiaccio, torna a pulsargli caldo e vivido nelle vene. Oh, no: il piccolo topo che gli si è annidato nella schiena, lui non si ferma, lui non la smette di rosicchiare. Lui continua imperterrito nel suo daffare. Ma è fatica sprecata ora la sua. Ora, l’Uomo sembra quasi ignorarlo, non avvertire che in minima parte l’incessante lavorio di quei suoi piccoli denti acuminati. Infatti, nel guardarsi ora attorno, piacevolmente frastornato dall’allegro brusio di voci e rumori che animano i “Giardinetti delle Scuole”, gli riesce perfino di pensare ad altro.

Di pensare a cose così: come alla tazza di tè alla pesca, dolce e fragrante, che la Donna gli avrebbe preparato una volta rincasati; o a quel certo film in tivù, che la sera si sarebbero visti prima di dormire, tutti e tre accampati sul suo letto.

Pensa l’Uomo. Pensa alla nuova antenna che, se tutto si fosse svolto per il meglio, gli amici gli avrebbero regalato e installato poi sul tetto, e con la quale, via radio, sarebbe riuscito a collegare mezzo mondo.

Pensa a tante cose l’Uomo. Pensa ai suoi cari… alla casa… al giardinetto a primavera… e pensa alla Donna, alla Donna e a Tappo, che un destino buono gli aveva fatto incontrare, e alla fine si dice che forse il diavolo non doveva essere poi così brutto come lo si dipingeva, e che allora, chissà, l’intervento alla schiena, cui da lì a poco avrebbe dovuto sottoporsi, sarebbe magari riuscito bene, e che la schiena, dopo, non gli avrebbe davvero fatto più male, e che, così, avrebbe potuto starsene seduto sulla sua sedia tutto il tempo che voleva, e… e per un attimo, l’Uomo si sente felice, felice di quella felicità immensa e guizzante – che solo i bambini, si dice, sappiano provare – ma che, fragile e inconsistente come un castello di carte, basta un nonnulla a distruggere e a spazzar via, anche una leggera folata di vento, che soffia ad accompagnare il tramonto del sole e che fa rotolare a terra, sul selciato, il mozzicone ancora fumante di una sigaretta.

Dal canto suo, ligio come sempre al proprio dovere, anche quel pomeriggio ai “Giardinetti delle Scuole”, Tappo si era preso la briga di montar di guardia al branco. Non mettendosi però sull’attenti, com’era solito fare: petto in fuori e pancia in dentro, accovacciato sulle zampe posteriori, ma stravaccandosi lungo e disteso a terra, alla stregua di un vecchio soldato, reduce da una lunga marcia o, meglio ancora, da una bella sbornia.

Curioso era notare con quanta attenzione seguisse il gioco di un gruppetto di bambini intenti a rincorrersi l’un l’altro attorno alla fontana. Se per un verso pareva tenerli d’occhio, visibilmente preoccupato di ritrovarsi prima o poi con una zampa pesta, dall’altro, dava altresì la netta impressione di star lì, ad osservare quel loro sgambettare felice, con lo sguardo infervorato di chi, nonostante l’età e la pancia piena, muoia dalla gran voglia di gettarsi pure lui nella mischia.

 

È buio, ormai, quando l’Uomo e la Donna giungono all’imboccatura della stradina del loro quartiere. L’aria s’è fatta pungente. L’Uomo è stanco, stremato. Sciolto Tappo dal guinzaglio e sinceratasi con uno sguardo attorno che non vi sia in giro anima viva:  - Ferma un attimo… - fa lei a lui, e, agile e svelta, dopo essersi tolta le scarpe, sale leggera sulla sua sedia per andarsi ad appollaiare sulla parte posteriore del telaio, così da ricordare uno di quei valletti che un tempo, durante il viaggio, se ne stavano ritti in piedi, aggrappati dietro al cocchio dei loro padroni.

Un: - Vai pure… - un tantino… in bilico, e via! Ronzante e cigolante più che mai, la sedia dell’Uomo riparte docile al suo comando, riportandoseli tutti e due a casa, veloce come di più non le riesce proprio di correre.

Manco a dirlo, non appena libero, Tappo era subito volato da Nina, la quale, fedele all’appuntamento, già lo stava ad aspettare uggiolando d’impazienza dietro alle sbarre del cancello. Con tutta quella grazia di Dio che s’era messo in pancia, a suon di salti, abbai e piroette, ne aveva quella sera di cose da raccontarle. E senza mettere in conto quel po’ po’ di burrasca che gli era passata sulla testa. Ma di quella, a Tappo, neanche sovveniva forse più.


L’ARRIVO DI TAPPO

2.1

Nella vita dell’Uomo e della Donna, Tappo c’era capitato pressappoco due anni e mezzo prima dei fatti qui raccontati, piovendoci come un fulmine a ciel sereno in un bel mattino di primavera lungo il marciapiede di una via, mentre lui e lei, carichi di provviste, tornavano a casa dal mercato.

Sbucato da chissà dove, messo in fuga da chissà chi, era corso squittendo come un topo a stamparsi dritto e filato sui pantaloni bianco-immacolati che indossava la Donna. Colta di sorpresa, lei aveva lanciato un urlo di spavento e lasciato cadere a terra sporta e borsetta. Ma una volta resasi conto di qual fatta fosse il suo aggressore, non aveva indugiato un solo istante ad inginocchiarglisi premurosa accanto – da brava infermiera qual era stata – a prestare i primi soccorsi a quel mucchietto di peli sporchi che, zampe all’aria ai suoi piedi, pareva star lì ad implorare tremante: “Salvami, e fa di me ciò che vuoi!”

Va da sé che, dall’aver soccorso il piccolo randagio al finir poi col portarselo a casa, il passo era stato breve. Malconcio com’era e all’apparenza del tutto incapace di badare a se stesso, all’Uomo e alla Donna non era costata gran fatica riuscire a convincersi l’un l’altra che, se lo avessero abbandonato al proprio destino, il “poveretto” sarebbe sicuramente morto di stenti nel giro di pochi giorni, sempre che, nel frattempo, non gli fosse capitata la sventura di finir schiacciato sotto le ruote di un’auto.

Dal canto suo, all’invito della Donna a seguirli, il futuro Tappo si era lì per lì messo a zampettarle dietro ubbidiente, animato pure da un certo qual brio, anche se poi, strada facendo, aveva seguitato a procedere con un’andatura sempre più fiacca e svogliata, a orecchie e mozzicone di coda all’ingiù, quasi che, col passar del tempo, gli fosse sorto in animo il dubbio d’essersi lasciato trascinare in un’im­presa del tutto inutile.

Ma intanto, la Donna avanti, Tappo appresso e l’Uomo in coda, il breve ed insolito corteo era felicemente giunto a destinazione davanti al cancelletto del giardino di casa.

 

- È proprio vero che chi non ama gli animali…

- Fosse un gatto, ancora…

- Il fatto di avere un pezzetto di giardino, però…

- Sai, tu, il daffare che danno? Non crederti mica…

- Almeno il tempo che si riprenda un po’, poi…

- Intelligenti come i bastardini…

- E se dovesse morsicare qualcuno? Una mia cugina…

- Chi?! Quel tappo lì?! 

A pranzo, quel giorno, l’Uomo e la Donna non avevano fatto altro che chiacchierare animatamente dal primo all’ultimo boccone. E in più, in barba ai dettami della ferrea dieta cui si dicevano sottoposti, si erano presi la libertà di concedersi un fuori programma con tanto di antipasto, primo, secondo, dolce e frutta. Il tutto, beninteso, innaffiato da due bicchierini di buon vino.

Neppure la tivù all’ora del telegiornale, avevano acceso, tanto si erano infervorati nel discutere. Che poi, nessuna notizia, neanche la discesa dei marziani sulla terra, sarebbe valsa a distogliere la loro attenzione dal seguire le prodezze del loro piccolo ospite: Tappo-randagio che, lappata una mezza scodella di latte, si era andato a rifugiare in soggiorno sotto il tavolino di cristallo – messo ad angolo fra divano e poltrona – dove, stremato dalle troppe emozioni subite, era piombato in un sonno tanto profondo quanto mai agitato, dacché non passava attimo senza che si svegliasse di soprassalto per impartirsi poi tutta una serie di rapide e vigorose grattate.

Se a casa, sì, il cagnolino lei si era trovata d’accordo nel portarcelo, i patti però che fossero ben chiari: sarebbe stato solo per dargli qualcosa da mangiare e veder poi di sistemarlo da qualche parte, alla peggio in un canile. In quanto a tenerlo loro, però, neanche a parlarne! Ah, no! Da quell’orecchio lì, la Donna pareva proprio non volerci sentire affatto.

- Con tutti i problemi che abbiamo… - non la smetteva più di ripetere.

Lui, che già si vedeva Tappo scorrazzare avanti e indietro per casa e giardino, l’aveva lasciata dire. Se prima, al momento dello… scontro – per via dello scempio subito dai suoi bei pantaloni nuovi – poteva aver nutrito qualche dubbio sull’indole generosa della sua compagna, dal modo in cui aveva poi preso a covarselo con lo sguardo, una mano sul fuoco ci avrebbe messo, sicuro ormai che il piccolo randagio sarebbe rimasto in famiglia.

E al caffè, infatti, guarda caso, era stata proprio lei, la Donna, a dichiararsi addirittura disposta a finire in tribunale, se mai un giorno – Dio non lo avesse voluto! – si fosse presentato loro innanzi “l’infame che lo aveva abbandonato” a rivendicare diritti sul suo “piccino”, commossa e orgogliosa che, fra tanta gente presente là quel mattino, proprio lei avesse scelto cui rivolgersi in cerca d’aiuto.

Quel primo pomeriggio a tre, lui, lei e l’ormai battezzato Tappo, lo avevano trascorso in giardino: lui e lei a fare i… “nuovi padroni” di Tappo e Tappo a fare il… “nuovo cane di casa”.

Un Tappo, a dire il vero, del tutto irriconoscibile. E a tal punto da non sembrare neppur più lo stesso cane di prima. Un Tappo che, da giallastro-grigio-sporco che si presentava, era passato quasi per incanto ad un bel marroncino chiaro chiaro, diciamo… color pelle di daino. A compiere la metamorfosi era stata la Donna, la quale, constatato che la sua presenza, nonostante le finestre fossero aperte, si faceva pesantemente sentire in ogni angolo della casa, una volta finito di rigovernare la cucina, aveva ritenuto più che mai necessario dare una bella sistematina pure a lui.

Ma se prima poteva far pena, a vederlo una volta lavato e profumato, Tappo muoveva a compassione. Via lo sporco e ancor mezzo bagnato che era, appariva ancor più striminzito di quanto già non lo fosse. Disteso poi sopra ad un vecchio plaid dai colori sgargianti, su cui la Donna lo aveva messo ad asciugare, dava quasi l’impressione d’esser reduce da chissà quale lunga e penosa malattia. Se ne stava lì, ad occhi socchiusi, abbandonato su di un fianco, il respiro appena percettibile che, a non saperlo, lo si sarebbe anche potuto credere incapace di reggersi sulle quattro zampe.    

A fare il convalescente sul plaid, Tappo c’era rimasto per una buona mezz’ora e anche più – con tutta probabilità il tempo necessario per riaversi dallo choc subito in seguito al bagno purificatore cui era stato oggetto – dopo di che, di punto in bianco, era balzato in piedi agile come un grillo, si era dato una bella scrollatina e, affatto sicuro di sé, si era avviato su per lo scivolo di cemento – che come si è detto serviva all’Uomo per entrare ed uscire di casa a bordo della sua sedia a rotelle motorizzata – e, una volta arrivato in cima, si era andato ad accucciare nel bel mezzo del terrazzino, per restarsene poi là, il muso proteso verso le sbarre della ringhiera, ad annusare all’intorno e a guardarsi in giro tutto pensieroso.

Lassù, sul terrazzino al sole, Tappo sembrava rilucere come un lenzuolo fresco di bucato steso ad asciugare. A trattenere la Donna dal correre in casa a prendere la macchina fotografica per fargli una foto, era stato solo il timore di poterlo disturbare, col rischio poi di farlo magari scappar via.

- Guardalo lì, il padrone del vapore! si era allora limitata ad esclamare, additandolo all’Uomo. E in effetti, a vederlo là sopra, serio serio e tutto impettito, le orecchie ritte al vento, Tappo dava proprio l’impressione di un capitano di nave, un vecchio lupo di mare il quale, dall’alto del ponte di commando, osservi severo e compiaciuto il suo nuovo e bel bastimento.

Quasi a voler dimostrare che niente gli stesse a cuore quanto il poter render felici i suoi nuovi padroni, dopo l’exploit sul terrazzino, Tappo si era subito fatto premura di concedere loro il bis. All’ora della merenda infatti, pescando un po’ da una mano e un po’ dall’altra, e col badar bene a non far torto a nessuno dei due, si era sgranocchiato una dozzina e più di pezzetti di biscotto, con una tale golosità da mandar lui e lei in brodo di giuggiole.

Peccato solo, ahimè, che per i suoi nuovi padroni, oltre a dispensar loro gioie a profusione, Tappo non tenesse in serbo anche qualche piccolo dispiacere. E non proprio piccolo, a dire il vero.

Non appena la Donna era salita in casa per riporre in cucina l’occorrente per il tè che avevano appena preso, lui ne aveva subito approfittato per tagliare la corda. Tutto a un tratto, quasi si fosse rammentato di un impegno importantissimo cui proprio non poteva mancare, aveva pensato bene di ringraziare, salutare e togliere il disturbo. Si era così avvicinato all’Uomo, gli aveva dato una leccatina sulle dita della mano che lui gli aveva teso per fargli una carezza e, come un ladro, a orecchie e mozzicone di coda a terra, si era avviato al piccolo trotto in direzione del cancelletto del giardino, nell’inequivocabile intento di volersi dare alla fuga.

Subito accorsa ai richiami concitati dell’Uomo, la Donna era arrivata giusto in tempo ad agguantarlo al volo proprio un attimo prima che riuscisse a svignarsela sgattaiolando via attraverso le sbarre.

- Un giorno o due… Il tempo di potersi ambientare… - si erano detti lui e lei fiduciosi. Ma, ahimè, né l’uno né l’atra poteva allora neppure lontanamente immaginare che con quel suo primo tentativo di fuga Tappo avesse dato il via ad un’odissea infinita di separazioni e ricongiungimenti in cui per mesi e mesi li avrebbe inesorabilmente trascinati.  

2.2  

Segregati in casa da Tappo, l’Uomo e la Donna avevano trascorso il resto del pomeriggio a chiedersi che gli stesse mai frullando per il capo. Il fatto d’averlo accolto, sfamato, lavato, coccolato: d’avergli dato una casa, salvandolo da morte certa, a parer loro, se non proprio a spingerlo a fare i salti mortali dalla contentezza, avrebbe almeno dovuto indurlo a starsene buono e tranquillo. Ma lui, no! Lui, al contrario, aveva ritenuto bene di dare un calcio alla fortuna che gli era capitata addosso, e filarsela via! E già: e una volta presa la decisione… a trovare modo e maniera di fargli cambiare idea!

E in effetti, a tenerlo in braccio o sdraiato sul divano, a blandirlo con mille moine o a stuzzicargli l’appetito col mettergli sotto il naso un bel piatto di carne in scatola, risultava esser solo fatica sprecata. Non appena lo poteva, testardo peggio di un mulo, Tappo si trascinava davanti alla portafinestra dell’ingresso e là si piantava ad aspettare paziente che qualcuno si decidesse ad aprirgli.

Il naso un po’ fuori, lui e lei ce lo avevano poi messo la sera dopo cena. Il timore che certe necessità di Tappo lo esigessero, li aveva spinti a fargli fare un giretto in giardino, guardato a vista. Al di là di ogni più rosea aspettativa, l’operazione “bisognini” si era svolta nel migliore dei modi, con un Tappo che, non solo se ne era rimasto buono buono, ben lungi anche dal solo accennare ad un minimo tentativo di fuga, ma che in più, sbrigate qua e là le sue faccende, se ne era rientrato in casa incredibilmente da solo e per primo, quasi non ambisse ad altro che di correre a mettersi in pantofole. Fatto, questo, che era valso e non poco a risollevare il morale dell’Uomo e della Donna, spedendoli a letto più che mai speranzosi che con lui il peggio fosse ormai passato. 

Per precauzione, in attesa di una bella visita dal veterinario, la Donna aveva provvisoriamente stabilito di far dormire Tappo sul divano in soggiorno, sopra al vecchio plaid che già lo aveva ospitato in giardino durante il pomeriggio. E per evitare che restasse al buio, gli aveva lasciato accesa nel cucinino la luce sopra i fornelli. Nel qual caso gli fosse venuta sete o voglia di mangiare qualcosa. Sul fatto poi di tenere aperta o meno la porta che comunicava con il corridoio, e quindi con le camere da letto, la Donna era stata categorica: — Prima la visita dal veterinario, poi… — aveva tagliato corto.

Ma, aperta o chiusa che fosse rimasta, della porta a Tappo pareva proprio non… importare un gran che. Difatti, quando prima di coricarsi la Donna era stata a dare una sbirciatina in soggiorno, lo aveva trovato che se la ronfava già della grossa, bello e acciambellato sul divano da sembrare un pascià. Zitta zitta, in punta di piedi, era allora corsa a riferire la notizia all’Uomo e, svelta svelta, era sparita poi in camera sua per andarsi ad infilare pure lei sotto le lenzuola, felice come una Pasqua.

E qui c’è da dire che l’Uomo e la Donna non dormivano insieme. Né nello stesso letto e neppure nella stessa camera. A causa della sua infermità, l’Uomo era costretto a dover far uso di uno speciale letto ortopedico con alza-spalle elettrico e con un materasso così sottile e duro che nulla avrebbe avuto da invidiare a quello di un tavolaccio di prigione.

Arrivata la Donna, si era ben pensato di aggiungere una brandina… un lettino in più nella stanza, ma il progetto era poi andato in fumo per mancanza di spazio. Anziché ad una camera da letto, infatti, quella dell’Uo­mo somigliava più ad un negozio di apparecchiature elettroniche, traboccante per giunta di mercanzia. C’era dentro un po’ di tutto: da un moderno computer superaccessoriato ad un sofisticato im­pianto hi-fi, più, ovviamente, un bel tivù con videoregistratore, nonché alcune radio ricetrasmittenti, operanti su diverse gamme d’onda, e altro ancora. Marchingegni, tutti quanti, che l’Uomo era in grado di poter far funzionare standosene a letto, in modo tale da potersi così tenere occupato anche quando il male alla schiena lo costringeva al riposo forzato per lunghi periodi.

Sull’occorrenza di dover dormire in camere separate, inizialmente la Donna ne aveva fatto quasi una malattia, pur se, col passar del tempo e a malincuore, ci si era infine adattata. Che poi nulla le impediva di poter trascorrere le serate in compagnia dell’Uomo ogniqualvolta lo desiderava. Seduta su di una comoda poltroncina o, seppure un tantino allo stretto e sul duro, accoccolata o stesa accanto a lui sul suo letto. Una sera – che so – per vedere un film alla tivù o restare a fare quattro chiacchiere via radio con gli amici; un’altra, poi, per far magari una partitina a carte o ascoltare un po’ di buona musica; o… perché no, anche solo per starsene lì insieme a raccontarsi quelle storie che si raccontano un po’ tutte le persone che si vogliono bene.

Oppure come quella sera, che a forza di ricamar progetti su Tappo avevano fatto venir l’una, per poi, una volta sotto le coperte, spegnere in tutta fretta la luce e cercar subito di dormire. Tale e quale fossero tornati bambini e quella fosse stata la notte della vigilia di Natale; e Tappo, il piccolo randagio che si erano portati a casa, il dono meraviglioso che al loro risveglio l’indomani mattina avrebbero trovato ad accoglierli felice e festoso ai piedi dell’albero.

Ma, ahimè, a rovinar la festa ci si era messo di mezzo proprio lui, il… dono, che, invece di starsene lì buono buono ad aspettare che si facesse giorno, aveva iniziato nel bel mezzo della notte a lanciar lamenti così lugubri, ma così lugubri, da far raggelare il sangue nelle vene anche al più dannato dei lupi mannari.

Non era servito a niente. Né lasciare aperta la porta del soggiorno né provare a collocarlo – confezionato con il suo plaid dentro ad un cesto di vimini – in camera di lui, in quella di lei o tanto meno in bagno. Niente! L’unico posto in cui il dono si era dimostrato propenso a voler… pernottare era stato in un angolo del corridoio, dove caparbiamente si era andato a rincantucciare e dove, per un tempo che all’Uomo e alla Donna era apparso interminabile, non aveva cessato un sol istante di grattarsi, leccarsi e mordicchiarsi il pelo, da produrre così tutta una serie di inquietanti rumori che, nel silenzio e nell’oscurità, richiamavano alla mente i versi ripugnanti emessi da una qualche immonda e spaventosa creatura da incubo.

Solo alle prime luci dell’alba, l’Uomo e la Donna erano riusciti a concedersi qualche ora di sonno. Allorquando anche il dono, dopo un’interminabile mezza nottata passata a far toilette, era finalmente crollato lungo e disteso sul pavimento, vinto dalla stanchezza.

 

2.3

“ORGANIZZARSI!” era stata la parola d’ordine che a sentir l’Uomo e la Donna avrebbe dovuto rappresentare la bacchetta magica per far fronte all’emergenza Tappo e superarla. Altri, al posto loro, dopo il tragico ammonimento di quella notte, avrebbero alzato bandiera bianca e in un modo o nell’altro si sarebbero disfatti di quell’ospite scomodo senza pensarci su due volte. Ma non lui e lei che, temprati a dover far fronte a ben altre difficoltà, mai e poi mai avrebbero accettato di lasciarsi sopraffare da un piccolo cane testardo, simile a quello in cui era capitata loro la ventura di imbattersi.

Tappo a casa c’era, e Tappo a casa ci sarebbe rimasto! Così avevano deciso, e così doveva essere! E a qualsiasi prezzo! Del resto, che altro avrebbero mai potuto fare dal momento in cui quel loro mucchietto di peli sporchi, anziché lungo un marciapiede, quasi quasi, pareva lo avessero trovato sotto un cavolo.

Tre viaggi erano stati necessari alla Donna per trasportare dall’auto a casa il… “tutto ciò che serve ad un cane” che era corsa a comprare in un negozio di animali del centro. 

Ma se la nota preparata insieme all’ora di colazione prevedeva l’acquisto dello stretto necessario: cioè collare, guinzaglio e ciotole, con l’aggiunta, caso mai, di una qualche scatoletta di carne; a casa, oltre a tutto ciò, lei ci si era presentata con tanto di brandina, spazzole per il pelo, palline e pupazzetti vari – con e senza fischietto – confezioni a iosa di crocchette e biscottini assortiti, più un fornitissimo beauty-case stracolmo di shampoo, deodoranti e antiparassitari, sufficienti a mandare avanti un intero canile per almeno un mese.

Poco era mancato che lui e lei finissero col litigare, e alle brutte per giunta. Infatti, a mano a mano che le meraviglie uscivano fuori dal cilindro, per essere, da una Donna a dir poco spumeggiante, disposte a far bella mostra di sé sul tavolo del soggiorno, lui, da allegro e ciarliero che si mostrava al suo arrivo, si era via via fatto sempre più serio e taciturno, sino a divenire addirittura scuro in volto.

Buon per tutti che a metterci una pezza, a far sì che le folli spese di lei non finissero col rovinare la festa, ci aveva pensato, guarda caso, proprio lui, il reo di sì tanto sperpero. 

Un Tappo, non meno galvanizzato della sua neo padrona, il quale, adorno di uno sgargiante collarino rosso, era balzato sulla sua coloratissima brandina nuova, sbandierando a destra e a manca una polposa coscetta di pollo arrosto che, seppur finta, stringeva golosamente fra i denti, ringhiando da cattivo.

Così, se non proprio a far ritornare il sorriso sulle labbra all’Uomo, grazie a quel suo numero fuori programma, Tappo era perlomeno riuscito scongiurare il peggio e a mantenere la pace in famiglia. Almeno per il momento.

 

Una puntatina in “Piazza del Duomo”, tanto per cominciare; una vasca o due lungo le vie più eleganti del centro, per proseguire; un sosta, e perché no, ai “Giardinetti delle Scuole”, a prendere un po’ di sole; e, dulcis in fundo, per concludere, un bel salto in gelateria, a festeggiare l’avvenimento.

L’itinerario, che comprendeva i luoghi più in della città, era quello che lui e lei avevano accuratamente tracciato per il debutto in società di Tappo. Gran momento – in attesa del quale non stavano più nella pelle – fissato per quello stesso pomeriggio alle quattro, dopo il consueto riposino pomeridiano dell’Uomo.

Alle quattro e mezzo erano già di rientro a casa. Non erano neppure riusciti ad arrivare a mettere il naso fuori dal vialetto del loro quartiere che se ne erano dovuti tornare mogi mogi sui loro passi. Piuttosto che stare al guinzaglio, Tappo avrebbe preferito farsi pelare vivo. Qualche metro, a forza di tirarlo, erano ben riusciti a farglielo fare, ma se finiva mai con l’impuntarsi non c’era modo o maniera di persuaderlo ad andare avanti. Persino a portarselo dietro in braccio, tenendolo un po’ a turno, avevano pensato: solo che a reggerlo lei, pesava troppo; e in quanto a piazzarlo sulle ginocchia dell’Uomo, alla fin fine era parso loro piuttosto disdicevole.

Così, fra i tanti parenti, amici e conoscenti che si auguravano di poter incontrare per farsi vanto del loro nuovo acquisto, l’unica persona in cui l’Uomo e la Donna si erano imbattuti era stata un’anziana signorina – per non dire vecchia zitella – che abitava nei dintorni e che, a detta di molti, oltre ad essere maligna e chiacchierona – e pertanto una gran pianta zizzania – pareva godesse pure della fama di menagramo.

In merito alle dicerie che circolavano sulla donna, né lui né lei avevano mai voluto dare molto peso. Che fosse alquanto bisbetica e un tantino lunatica, quello era risaputo da tutti, ma sul fatto poi che potesse veramente portar iella, come molti sostenevano, su quello ci avevano sempre sorriso su con un certo scetticismo.

Sino a quel pomeriggio però, perché da lì a qualche ora le parole pronunciate dalla vecchina, nell’indicare Tappo con la punta del bastone sul quale si sorreggeva nel camminare, sarebbero riecheggiate loro nella mente del tutto simili ad una vera e propria profezia di sventura.

- Ma che bel cagnino che avete. È vostro? Lo avete preso adesso? Ohi… ohi… ohi... Ve ne accorgerete!… Oh, se ve ne accorgerete!… - aveva sentenziato la fattucchiera, tutta paonazza in volto dal gran ridacchiare strozzato che si faceva. 

Per quella sera, guarda caso, era infatti in programma una delle tante, affumicatissime, nonché caotiche riunioni di “Radio Echo”, la “broadcasting station” cittadina, alla quale l’Uomo e la Donna collaboravano da tempo in qualità di conduttori di un trasmissione di musica e giochi a premi. Riunioni, queste della radio, indette allo scopo di migliorarne i programmi in palinsesto – nonché di idearne di nuovi – al fine d’incrementarne l’audience e riuscire così a battere la concorrenza.

Se, sulle prime, avviliti com’erano per lo smacco subito nel pomeriggio, lui e lei si erano detti più sì che no propensi a restarsene a casa, lo spauracchio di correre il rischio di poter diventare schiavi di Tappo, li aveva spinti a non mancare affatto all’appuntamento. Cosicché, dopo averlo scortato a fare il suo bel giretto in giardino, se ne erano partiti via a cuor leggero, lasciandolo sdraiato sulla sua brandina, paghi d’averlo visto mandar giù una mezza scatoletta di bocconcini di manzo in gelatina che, a detta dell’Uomo, dal tanto buon odore che emanavano, quasi quasi li avrebbe assaggiati pure lui.

A “Radio Echo” – dove all’O.d.G., pur se non iscritta, era tuttavia venuta fuori anche la voce “Tappo” – tanto per cambiare, la riunione era ben presto degenerata nella solita baruffa che vedeva contrapposti i “giovani” agli “anziani”: ovvero i disk jockey dell’ultima generazione ai nostalgici di liscio e revival. I primi… incriminati dai secondi di far rizzare i capelli in testa alle tranquille casalinghe che li stavano ad ascoltare, bombardandole con musiche rompi-timpani; i secondi, accusati dai primi di far dirottare un sacco di ragazzi e ragazze su altre emittenti, con lo star lì a propinar loro e di continuo una caterva di vecchi motivi sdolcinati e melensi.

Si era fatta quasi l’una, quando, con gli ultimi ritardatari, anche L’Uomo e la Donna avevano lasciato gli “studi” della radio – due bugigattoli e non di più, ma con tanto di cabina di regia – per andarsene a dormire. E come sempre, mentre gli altri, chi in auto, bici o motorino, se la filavano via veloci, a loro era toccato d’incamminarsi pian piano verso casa, confortati tuttavia quella notte dal pensiero di chi, una volta arrivati a destinazione, avrebbero trovato ad attenderli. E vuoi un po’ per questo o vuoi perché tardi, s’era davvero fatto tardi, avevano deciso per far prima di prender su per “Via delle fabbriche”, una stradina poco illuminata e piena di buche – così chiamata in quanto vi si affacciavano i capannoni di vecchi stabilimenti, alcuni dei quali ormai in disuso – ma che, da scorciatoia, se non proprio a dimezzarlo, avrebbe permesso loro di ridurre e di parecchio il cammino da percorrere.

Ad esserci, le volte in cui ai due toccava d’avventurarsi da quelle parti di notte. Lei che, per esorcizzare la paura di potersi imbattere in qualche malintenzionato,  finiva immancabilmente per parlare ad alta voce, arrivando quasi a mettersi a strillare; e lui, un tantino più intrepido, ma tuttavia pur sempre guardingo, che s’affret­tava a dar luce al potente fanalino applicato alla sua sedia, e per non rischiare di finire dentro a qualche fosso, e per rendere un pochino meno… tenebroso l’ambiente.

Il fattaccio – e che fattaccio! – era accaduto grossomodo a metà strada, nei pressi di un cassonetto per la raccolta dei rifiuti immerso nel buio. Giunti in prossimità del quale l’Uomo e la Donna erano stati fatti trasalire da un improvviso e forte tramestio proveniente da dietro un’alta catasta di scatoloni ammucchiati lì accanto.

Terrorizzata al pensiero d’aver a che fare con una qualche orda di topi, la Donna si era subito affrettata a mettersi al riparo ticchettando veloce in mezzo alla via a farsi scudo della sedia a rotelle di lui, per restarsene poi lì in piedi, agitatissima, ad insistere col dire che sarebbe stato meglio allontanarsi di là e alla svelta.

Lui, che anziché alle spalle il pericolo preferiva averlo di fronte, si era invece incaponito a voler perlustrare la zona lì attorno, proiettando a destra e a manca il fascio luminoso del suo fanalino, alla ricerca di quello che, a suo dire, non doveva trattarsi d’altro che di un gatto randagio in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti.

Ma… altro che gatto o topi! Proprio nel preciso istante in cui l’Uomo, preso atto che tutto appariva tranquillo, si era infine detto propenso a rimettersi in marcia, ecco che… patatrac

Non solo dalla catasta degli scatoloni si erano fatti sentire altri sinistri rumori, ma gran parte della catasta stessa era addirittura rovinata a terra producendo un fracasso d’inferno.

Lei, che sulle prime si era lasciata sfuggire un gridolino di sorpresa, alla successiva vista di ciò che era spuntato fuori da sotto… le macerie, aveva solamente trovato la forza di balbettare: - Madonnina Santa! E che cos’è quello?! - e un altro po’ veniva meno dallo spavento. E ne avrebbe avuto ben donde.

In effetti, la cosa, l’essere che era lentamente e faticosamente emerso dall’ammasso di cartoni rovinati al suolo, altro non poteva suscitare se non un profondo senso d’orrore e raccapriccio. Dalle dimensioni di un capretto, la bestia – poiché di un essere umano non poteva certo trattarsi – sembrava possedere un’enorme testa deforme – affatto sproporzionata al resto del corpo – che continuava ad agitare torvamente in qua e in là, in manifesto segno di sfida o di chissà quale altra minaccia.

Neppure il coraggio di scappar via, erano riusciti a trovare lui e lei. Se ne erano rimasti lì, aggrappati l’uno all’altra, impietriti dallo sgomento, gli occhi fissi nel buio a scrutare le intenzioni di quella terrificante creatura da film dell’horror.

Sarebbe rimasto per sempre un mistero, il suo, se, percorsi alcuni metri, non avesse lì per lì deciso di attraversare la via, finendo a quel punto nel fascio luminoso del faretto dell’Uomo.

- Gesù!… - aveva allora balbettato la Donna, stentando a credere ai propri occhi - Ma… è… è… è?!…

Eh, già: la cosa, il macrocefalo a quattro zampe, l’essere ripugnante, altri non era se non lui, Tappo! Tappo che se ne andava a zonzo stringendo fra i denti un enorme osso di manzo – già servito a qualcuno per il brodo – e che, una volta arrivato sul marciapiede opposto della strada, era sparito nella notte, dileguandosi lungo una viuzza laterale, del tutto sordo ai richiami di quelli che, sventurati loro, si ritenevano essere i suoi amati padroni.

Le avevano pensate un po’ tutte, l’Uomo e la Donna. Dall’eventualità che la casa fosse stata svaligiata a che avesse preso fuoco; e che Tappo, a seconda delle ipotesi, o fosse stato messo in libertà dai ladri, oppure salvato e fatto uscir fuori all’aperto dai pompieri accorsi a spegnere l’incendio. Per farsi un poco d’animo e non star li a pensare proprio al peggio, i due si erano pure detti che forse quello che avevano visto poteva anche non essere lui, ma un suo sosia, sempre che, rammentandosi delle predizioni della vecchina, non si ritrovassero ad avere a che fare con una sorta di cane diabolico, in tal caso…

Macché. Né ladri né pompieri né altro: Tappo era riuscito a far tutto da solo. Dopo aver ridotto a brandelli le tende di mezza casa, rosicchiato un paio di scarpe di lei e fatto cadere a terra, mandandolo in frantumi, un prezioso lume antico, che in compagnia dell’apparecchio telefonico – anch’esso andato in pezzi – si trovava sul mobiletto dell’ingresso, Dio solo sa come, era riuscito ad aprire la portafinestra – peraltro sprovvista di chiave – e a filarsela via attraverso le sbarre – non più larghe di tanto così – del cancelletto di ferro messovi a protezione. Roba che, se non proprio da cani mefistofelici…

 

2.4

Un mezzo patrimonio c’era voluto per rimediare ai disastri combinati da Tappo. Una batosta tale da spingere l’Uomo e la Donna a giurare e a stragiurare a se stessi che mai e poi mai, per nessuna ragione al mondo, avrebbero più avuto a che fare con un cane. Ma intanto, ad oltre un mese dalla sua rocambolesca fuga notturna, sia la brandina in soggiorno che le ciotole nel cucinino erano rimaste al loro posto.

- Un giorno o l’altro bisogna proprio che mi decida… - continuava a ripromettersi di fare lei, ma poi, pur non mancandole il tempo, finiva col non trovar mai il  momento buono per occuparsene.

Avevano giurato, ma intanto, ogni volta che sentivano abbaiare un cane o ne incontravano uno per strada, non potevano a fare a meno di provare una stretta al cuore.

La colpa la davano alla primavera che, si sa, rende spesso fiacchi e svogliati, ma, guarda caso, era più o meno dalla notte del… “mostro” che lui e lei – che da qualche tempo non erano più lui e lei – pareva avessero iniziato a subirne gli influssi. Solo se uscivano, l’Uomo e la Donna sembravano ritrovare in parte la vitalità perduta, altrimenti, o se ne stavano inchiodati davanti alla tivù, a sbadigliare e a saltellare da un canale all’altro, oppure vagavano in giro per la casa, simili a due naufraghi su di un’isola deserta in attesa di veder spuntare un fil di fumo all’orizzonte. Se pioveva, poi, erano capaci di passare ore e ore appiccicati ai vetri di questa o quella finestra a contar le gocce che venivano giù e a scrutare trepidanti il cielo nella speranza di scorgervi i segni di un’imminente schiarita. E a vederli, la frenesia che li prendeva poi, non appena il sole tornava a far capolino fra le nuvole! Giusto il tempo d’infilarsi qualcosa addosso che già erano per strada ringalluzziti più che mai.

Il pretesto era quello d’andar fuori a prendere una boccata d’aria buona, che per l’Uomo, dopo il lungo inverno trascorso chiuso fra quattro mura, voleva dire tanta salute. In verità, uscivano in perlustrazione, animati dalla segreta speranza di potersi imbatte in chi sapevano loro.

Avevano giurato, ma intanto, di un’infinità di cose di cui avrebbero potuto parlare, gira che ti rigira, se non iniziava lui, lo faceva lei, finivano immancabilmente col tirar fuori ogni momento la solita tiritera:

- Chissà, neh, poverino?…

- A me sembra tanto impossibile…

- Se solo fosse stato un pochino più tranquillo…

- Quello che non riesco a sopportare è che…

Non erano ancora giunti al punto d’augurarsi di saper Tappo morto, da poterlo se non altro pianger tale, e riuscir così a mettersi infine il cuore in pace, ma c’e­rano ormai vicino.

A dir basta era stato l’Uomo, dopo che un mattino la Donna, uscita in auto per commissioni, aveva addirittura rischiato un brutto tamponamento per aver improvvisamente inchiodato i freni del tutto convinta d’aver ravvisato Tappo in un bassotto tenuto al guinzaglio da una ragazza. Un nanerottolo marrone scuro che da spartir con lui aveva solo la coda mozza.

Avrebbero trovato Tappo! Vivo o morto che fosse! Ma lo avrebbero trovato! Sapeva lui, l’Uomo, come fare. Eccome se lo sapeva!

Una settimana dopo, “Eccoci Quiz”, il programma di giochi a premi che il martedì e il venerdì lui e lei conducevano a “Radio Echo”, si arricchiva di “Wanted”, una sorta di gioco-taglia, sponsorizzato da tre fra i negozi più prestigiosi del centro. Negozi presso i quali, ad attirare la clientela e a chiarir le idee ad ogni improvvisato “bounty… dog”, spiccavano, attaccati alle vetrine con lo scotch, alcuni veri e propri avvisi di cattura – stampati al computer dall’Uomo – con su riprodotta l’effigie del ricercato disegnata dalla Donna.

Tappo, vivo o morto che fosse, valeva un bonsai, un mini compressore pluriaccessoriato nonché uno stupendo radioregistratore portatile. Una terna di premi miranti ad intrigare ogni potenziale cacciatore di taglie, uomo o donna, giovane o vecchio che fosse.

L’idea aveva pagato e bene anche. La caccia al cane era cominciata. Le telefonate e i cani che arrivavano alla radio non si contavano più. Nel giro di una quindicina di giorni, ai primi tre negozi che avevano sponsorizzato “Wanted”, se ne erano aggiunti altri due e poi altri ancora, mentre decine, centinaia, migliaia di occhi non tralasciavano un solo istante, giorno e notte, di perlustrare febbrilmente vie, piazze e vicoli, sino a penetrare negli angoli più remoti della città, animati da un’unica, sola, grande speranza: metter le mani su Tappo e potersi aggiudicare in tal modo la sempre più ricca taglia che pendeva sul suo capo.

Ma, ahimè, nonostante il potente apparato di ricerca che si era messo in moto per scovarlo, Tappo non saltava fuori.

Ad essere ben lieto del fatto era ovviamente il “Boss”, il proprietario della radio, il quale, neppure a volercela metter tutta, riusciva a nascondere la propria soddisfazione per come stessero andando le cose. Con l’audience della radio salita alle stelle, ritrovato Tappo, lo spettacolo sarebbe finito e, con esso, pure un mare di tintinnanti contratti di pubblicità.

Ma, per buona sorte sua e di “Radio Echo”, la caccia al cane era andata avanti parecchio. Da circa metà giugno a fine luglio. Ovvero sino all’ultima puntata di “Eccoci Quiz”

Dopo di che, con il primo di agosto, la radio sarebbe andata per metà in vacanza, non trasmettendo per un intero mese che solo musica.

A presentarsi con ciò che restava di Tappo dentro ad un cesto, mezz’ora prima che la trasmissione finisse, era stato un ragazzotto di dodici-tredici anni, piuttosto in carne e con uno sguardo furbo e saccente da mettere i brividi. In “diretta”, con voce di falsetto e con una faccia tosta da vendere, s’era messo a snocciolare tutta una storia che aveva dell’incredibile, sostenendo, candido candido, d’aver scoperto il giorno prima, andando a pesca, che Tappo era stato catturato e tenuto prigioniero da una tribù di zingari accampati lungo il fiume alla periferia della città, e che la notte, da solo, perché nessuno dei suoi compagni, per la gran fifa che avevano, se l’era sentita d’aiutarlo, mentre gli zingari dormivano, era riuscito a scioglierlo dalle catene, con le quali era tenuto legato sotto ad uno dei carrozzoni, e a liberarlo.

La verità, meno avventurosa ed eroica di quanto in realtà non fosse, era saltata fuori a  trasmissione finita e a microfoni spenti. A confessarla era stato lo stesso ragazzotto, talmente vanaglorioso della propria astuzia dal non resistere a darne a tutti e subito una prova lampante.

L’“infame ciccione” – come in seguito si era presa la libertà d’apostrofarlo la Donna – aveva ammesso d’aver trovato Tappo già dalle prime trasmissioni di “Wanted”, ma d’averne temporeggiato la consegna in attesa che la taglia salisse. Un’attenta speculazione che, oltre al bonsai, al mini compressore pluriaccessoriato e al radioregistratore portatile, aveva reso al furbastro un paio di occhiali da sole, un ferro da stiro, una coppia di criceti, un servizio da tè per sei persone, una radio-sveglia, due pizze con birra – da consumarsi in una pizzeria del centro – e altri premi ancora.

 

2.5  

Il… Tappo ritrovato non era che l’ombra di se stesso. Le privazioni cui era stato sottoposto dal suo sequestratore, che per intere settimane lo aveva tenuto recluso pressoché a pane ed acqua in uno scantinato al buio, ancora un po’ e gli sarebbero risultate fatali. Era ridotto a pelle e ossa. Denutrito, spelacchiato, disidratato e del tutto annichilito. Stentava persino a reggersi sulle quattro zampe, e se doveva far qualche passo in più, finiva per cadere a terra esausto ed ansimante con un palmo di lingua penzoloni fra i denti.

Tre giorni, era rimasto appeso tra la vita e la morte, sdraiato sul divano del soggiorno con tanto di flebo in una zampa, tale e quale fosse stato un cristiano. E al quarto giorno, quando il veterinario che lo aveva in cura si era infine deciso a scioglierne la prognosi, annunciando con un bel sorriso sulle labbra che Tappo sarebbe sopravvissuto, nel sentirglielo dire alla Donna erano spuntate le lacrime agli occhi. Erano spuntate forse anche all’Uomo, ma lui non l’aveva dato a vedere a nessuno, perché era subito corso via a fumarsi una sigaretta sul terrazzino.

Di un particolare, tuttavia, nei giorni a seguire, il veterinario si era detto alquanto perplesso, e cioè che, nonostante avesse riacquistato gran parte delle forze perdute, Tappo continuasse a permettergli di voltarlo e rivoltarlo come fosse un calzino, senza neppure fiatare. Comportamento che a parer suo non era affatto rassicurante. Sapeva lui i morsi e le graffiate che si era preso da cani, gatti ed altri animali che a vederli sembravano più morti che vivi. Quel lasciarsi invece palpare, pungere, auscultare, senza opporre la minima resistenza, dava purtroppo da presagire che nella sua “testolina” qualcosa non funzionasse ancora a dovere.

Che i timori manifestati dal veterinario si rivelassero purtroppo fondati era parso sempre più evidente con il passare dei giorni. Se, a suon di flebo e omogeneizzati, Tappo si era rimpannucciato quel tanto sufficiente a far sì che non sospirasse più lei – o imprecasse lui – ogniqualvolta gli posavano gli occhi addosso, per il resto pareva un automa, una sorta di cane-robot del tutto privo di volontà. Basti dire che le volte che lo portavano fuori a fare un giretto, seguiva remissivo i suoi padroni, docile al guinzaglio come un carrettino di legno tirato per la cordicella da un bambino.

Solamente alla sera nella “testolina” malata di Tappo pareva scattare la molla capace di metterlo in moto senza che gli si dovesse dare una spinta. Ad una certa ora, allorché lui e lei iniziavano i preparativi per andare a dormire, se ne saltava zitto zitto giù dal divano per sgattaiolare ad accucciarsi in corridoio di fronte alla porta della camera della Donna. E una volta là, dopo aver atteso con pazienza che lei si fosse coricata, entrava piano piano e zampettava ad accoccolarsi sullo scendiletto. A vederlo allora, mentre se la dormiva tranquillo, tutto acciambellato con il muso appoggiato fra le zampe, pareva il cane più sano e felice di questo mondo. E felice appariva pure lei, la Donna, che per accarezzarselo un po’ di tanto in tanto, finiva spesso e volentieri per addormentarsi con un braccio penzoloni fuori dalle coperte.

- Date tempo al tempo… - continuava intanto a ripetere il veterinario - Date tempo al tempo…

E con il tempo, Tappo aveva dato la netta impressione di volersi riprendere, e alla svelta pure. A metà settembre, infatti, già era un altro cane. Non che fosse diventato tondo e lustro come avrebbero voluto che fosse, ma aveva ripreso a grattarsi, ad annusare in giro, a tener nuovamente le orecchie belle ritte sul capo e a gironzolare fuori e dentro casa senza che lo si dovesse spingere o tirare. In quanto a quei tre o quattro gatti che circolavano impunemente lungo i muretti di cinta del giardino, quelli, per il momento, li lasciava fare, pur se, da una certa, strana lucetta, che da qualche po’ aveva preso a balenargli nello sguardo, ogniqualvolta se ne mostrava uno all’orizzonte, ci sarebbe stato da giurarci che la cosa non sarebbe andata avanti ancora per molto.

Ma, a star bene, a guarire per intero, quasi a voler assolvere ad un debito di riconoscenza nei confronti della Donna, in ringraziamento per le amorevoli cure da lei ricevute, Tappo aveva ritenuto bene attendere che fosse il suo compleanno. Ma, ahimè, non proprio per farle una bel regalo.

Da quando lo avevano ritrovato, a parte la gioia incommensurabile di riaverlo con loro, per il resto, l’Uomo e la Donna non erano stati più padroni di far nulla. Niente più cinema, niente più radio, niente più serate in pizzeria con gli amici… insomma: niente più di niente! Ah, ma… per il compleanno di lei, Tappo o non Tappo, il sabato – il giorno era quello – sarebbero andati tutti e tre a pranzo al ristorante! Ci avrebbe pensato ancora lui, l’Uomo, a sistemare ogni cosa. Voleva un po’ vedere!...

E così era stato, e il venerdì pomeriggio, felice come non mai, la Donna se n’era partita a bordo della sua fiammeggiante macchinina rossa per correre a farsi bella dalla parrucchiera – una vecchia amica che aveva il negozio in un paesino distante una decina di chilometri dalla città – ben lungi, ahimè, dall’immaginarsi la bella improvvisata che Tappo le avrebbe messo in serbo per il suo ritorno.

Giunta a casa infatti, aveva trovato l’Uomo steso sul letto a fumare e a masticar rabbia: Tappo se ne era di nuovo scappato! Se l’era svignata dopo neppure una mezzora che lei era partita. Sceso in giardino con lui, che aveva approfittato della bella giornata di sole per starsene fuori all’aria aperta a far quattro chiacchierare via radio con gli amici, con la sua fedele ricetrasmittente portatile, all’improvviso, spinto da chissà quale richiamo, era balzato di botto su da terra – dove peraltro pareva starsene a sonnecchiare tranquillo – si era avvicinato di qualche passo al suo nuovo ed incauto padrone, aveva starnutito, spalancato la bocca in uno stridulo sbadiglio e, ciao: aveva fatto dietrofront e se l’era filata a orecchie e cada basse in direzione del cancello, tale e quale l’altra volta. Con la sola differenza che in quell’altra di volta, pronta a prenderlo al volo prima che sgattaiolasse fuori attraverso le sbarre, c’era la Donna.

Si erano tenuti il broncio per un bel po’, lui e lei. E tutto perché lei, venuta a conoscenza del misfatto, si era lasciata scappare un: - Oh... ma anche tu! - Al che lui, che per andare in cerca di Tappo, a forza di girare avanti e indietro, aveva finito con l’esaurire la carica delle batterie della sua sedia, da essere così costretto, per far ritorno a casa, a doversi far spingere da due amici, rintracciati via radio. Lui aveva dato sfogo a tutta la rabbia che aveva in corpo, col gridarle che se a Tappo avesse veramente voluto bene, i capelli avrebbe anche potuto lavarseli a casa, come aveva sempre fatto in quegli ultimi tempi lì, e non andare a perdere l’intero pomeriggio da quella “squinternata” della sua amica.

A pranzo al ristorante l’indomani c’erano ben poi stati, ma quella sera, intanto, avevano finito entrambi per saltare la cena. Lei, chiusa in camera sua a piangere; lui, inchiodato furente a letto, a far da ciminiera, in attesa che le batterie gli si ricaricassero.

2.6

A scongiurare una seconda mobilitazione generale, la latitanza di Tappo era quella volta durata poco. Lo spazio di un fine settimana. L’essere diventato un cane famoso lo aveva fatalmente tradito. A scovarlo, il lunedì mattina, accovacciato sotto una panca all’ufficio postale, era stata la figlia del tabaccaio cui l’Uomo era solito rifornirsi di sigarette. Insospettita dal fatto di vederlo là da solo, la ragazzina si era subito premurata di telefonare a lui e lei per informarli della scoperta, in modo che, qualora se ne fosse veramente scappato, come tutto glielo lasciava supporre, potessero correre subito a riprenderselo.

Ma se per un verso l’aver ritrovato Tappo era valso a riportare il sereno in famiglia, d’altro canto la sua presenza in casa aveva reso l’Uomo e la Donna elettrici peggio di un temporale. L’esser costretti a dover star lì, continuamente sul chi vive, a controllarlo a vista nel timore che da un momento all’altro potesse nuovamente darsi alla fuga, aveva tolto loro il sonno.

Non sapendo più a che santo votarsi, già i due avevano interpellato un fabbro per far blindare cancello e cancellata, nella speranza così, una volta per tutte, di risolvere il problema, quando a fermare i lavori ci si era messo di mezzo il veterinario.

Imprigionare Tappo, aveva fatto presente il medico, non sarebbe servito ad altro che a renderlo infelice. E che non si credessero poi… perché una volta o l’altra, alla prima occasione, se la sarebbe comunque svignata. Ne stessero pur certi. Se, nonostante l’affetto e le attenzioni non indifferenti cui era stato oggetto, Tappo si ostinava a non voler restar con loro – si era detto più che certo il buon dottore – ciò significava che un motivo o l’altro doveva pur esserci, e che pertanto, se a lui proprio tenevano, avrebbero dovuto darsi da fare a scoprirlo. Come? Con il cominciare innanzitutto a non considerare più Tappo alla stregua di un animale, quale del resto era, ma bensì a… ”pensarlo” come un essere umano, in tutto e per tutto, e chissà che… 

Fiduciosi in ciò che aveva detto loro il… “salvatore di Tappo”, l’Uomo e la Donna si erano subito affrettati a metterne in pratica i consigli, scoprendo, come in una rivelazione, quanto mai sagge fossero state le sue parole. Infatti, gli era solo bastato immaginare Tappo nelle vesti di un vagabondo, di un barbone girovago, per rendersi subito conto, con lui, d’aver sbagliato ogni cosa.

Come si sarebbe comportato un… “uomo-randagio”, al posto suo? Un povero diavolo incontrato all’angolo di una via, forzato a seguirli a casa per essere sbattuto poi dentro ad una vasca da bagno, costretto a mangiare seduto a tavola, con tanto di cucchiaio, forchetta e coltello, e – caso mai non bastasse – venir esibito infine, a destra e a manca, alla stregua di una bestia rara? Avrebbe agito tale e quale a Tappo: alla prima occasione se la sarebbe svignata. E in più, a differenza sua, portandosi magari via per ricordo l’argenteria di famiglia.

Compito arduo, quello di voler cercare ad ogni costo di convincere un cane randagio che sarebbe stato assai più saggio vivere in una bella casa calda e confortevole, anziché zampettare mattino e sera in mezzo ad una strada al freddo e al gelo. Impresa da folli, ma che per amor suo l’Uomo e la Donna avevano stoicamente affrontato, pur mettendo a repentaglio salute, dignità e tranquillità. E, buon per loro, che “Tappo-barbone” sembrava aver circoscritto il proprio territorio di vagabondaggio in un’area piuttosto limitata. Per scovarlo, quindi, di volta in volta che se ne presentava la necessità, era loro sufficiente andarlo a cercare in quei determinati paraggi, senza essere costretti a dover girovagare per l’intera città. Perché Tappo, se esercitava il diritto di libera uscita, si guardava poi bene dal far rientro in caserma. Cosicché, per sfamarlo, proteggerlo e poterselo portare anche qualche volta a casa con loro, lui e lei dovevano andarselo a ripescare un po’ qui e un po’ là. E che tragedia i giorni che finivano per far rientro alla base a mani vuote! Allora sì che erano dolori.

- Chissà dove si sarà mai cacciato?… - brontolava lui.

- Adesso è niente, è quando arriverà poi l’inverno… - si preoccupava lei.

- Mi sa tanto che questa volta… - sospiravano malinconicamente ora lui ora lei.

Ma, a Dio piacendo, Tappo pareva avere una buona stella che lo proteggesse. Se non era per quel dato giorno, lo era per il successivo o per quell’altro ancora, ma prima o poi finiva sempre con lo spuntar fuori da qualche parte. E il più delle volte grazie alla segnalazione di questo o di quello. Già, perché, seppur circoscritti ma pur sempre molteplici si presentavano i luoghi da lui bazzicati durante i suoi vagabondaggi, altrettanto numerose erano pure le anime buone le quali, al corrente delle circostanze in cui i tre si ritrovavano coinvolti, si adoperavano a dar loro una mano: chi, partecipando anima e corpo al loro cruccio; chi, nel veder lui seduto tutto infreddolito sulla sua sedia, e lei, lì accanto, a battere i piedi in terra per riscaldarseli un po’, scuotendo non visto il capo e pensando forse in cuor suo quanto sia vero il detto che le disgrazie a volte non vengono mai sole. E intanto i giorni passavano, l’inverno si avvicinava, ma Tappo continuava a non voler metter giudizio.

Quanto freddo avevano mai patito l’Uomo e la Donna per stargli appresso! Mattinate e pomeriggi interi a cercarlo. E nella speranza sempre, una volta rintracciato, che lui li seguisse a casa. Eh, sì, perché spesso e volentieri il signorino si pappava biscotti, polpette o cosa altro si erano portati appresso per sfamarlo, per piantarli poi in asso con un palmo di naso. “Grazie per il mangiare. Grazie per le carezze. Grazie per tutto. Ma ora lasciatemi in pace che ho da fare!” pareva star lì a voler dir loro, con uno starnuto e uno sbadiglio, per filarsela poi via come un disperato, costretto ai lavori forzati.

E Tappo daffare pareva averne davvero, e parecchio anche. Se non proprio per riposarsi un po’ di tanto in tanto, non stava mai un attimo fermo. Ne sapevano qualcosa lui e lei: la strada che in certi giorni erano stati costretti a dover percorrere, per non perderlo di vista.

Ma, guarda caso, era stato proprio grazie a queste interminabili peregrinazioni, se l’Uomo e la Donna erano finalmente riusciti a scoprire il perché del suo strano comportamento: a  svelarne, cioè, il… “magnifico segreto”.

Tappo non bighellonava a caso. Tappo andava appresso ad ogni donna che incontrava. Pareva nutrire una certa preferenza per le più anziane, ma capitava di vederlo filar pure dietro a signore o signorine giovani e carine. E… da non crederci, ad osservarlo con attenzione, nel suo continuo andare e venire dall’una all’altra, più che da cane randagio – eh, già! – Tappo pareva comportarsi da uomo… randagio: da barbone, da mendicante. Un poveretto male in arnese che, lungo una via, si accompagni ora a questo ora a quello, nella speranza di vedersi allungare qualche spicciolo per sbarcare il lunario. Tappo, a cui dell’elemosina non importava invece nulla, si limitava solo a zampettare dietro a questa o a quella passante in cui finiva per imbattersi, pago solo di poter percorrere un tratto di strada insieme a lei, del tutto incurante che gli arrivasse poi una carezza o un “pussa via!”; e sempre a coda e a orecchie basse, in preda a chissà quale tormento.

Tappo non era randagio per indole, Tappo lo era per disperazione, per amore. Non aveva accettato l’ospitalità che l’Uomo e la Donna gli avevano offerto, perché lui cercava la sua di casa, la sua di padrona. Una padrona che non si rassegnava d’aver perduto e che ravvisava in ogni donna che incontrava per strada, e che seguiva nella speranza di poter risentire la fragranza di un profumo conosciuto, di riudire il tono di una voce amica, di ritrovare il tocco di una mano amata.

Commossi da questa rivelazione, l’Uomo e la Donna si erano affrettati a far pubblicare su di un quotidiano regionale – e per un’intera settimana – un annuncio con tanto di foto, nel caso Tappo fosse stato smarrito da qualcuno di passaggio in città, ma nessuno si era presentato all’appello.

- Cerchi la tua mamma, vero? — gli diceva lei accarezzandolo, le volte che riuscivano a portarselo a casa. E quante notti era rimasta ore e ore sveglia a pensare a chi, senza una madre, c’era rimasto davvero, e a chiedersi perché mai dovesse essere proprio un piccolo cane randagio a farle comprendere sino in fondo tutto il male che poteva aver commesso. E quante volte poi, al sopraggiungere del sonno, si era addormentata raccontandosi che la padrona di Tappo doveva essere una signora buona e gentile, con i capelli tutti bianchi, e che a Tappo avesse voluto un gran bene, ma che un brutto giorno si fosse poi  ammalata o, chissà, fosse addirittura morta, e che i figli, o i nipoti, non potendosi prender cura di lui, lo avessero portato lontano da casa per poi abbandonarlo. E mentre il sonno la prendeva, la Donna recitava anche una preghiera per lei, per la “mamma di Tappo”. Pregava la Madonna che la facesse guarire se era ammalata, o le concedesse di riposare in pace, se non era più su questa terra. E per Tappo, alla Madonna chiedeva di convincerlo a restare con loro, ma che intanto, nell’attesa che lui si decidesse a farlo, di proteggerlo da ogni pericolo. Così come ogni notte, da tanto tempo ormai, la pregava perché dai pericoli proteggesse pure i suoi due figli, non perdendo mai la speranza, chissà, di poterli un giorno riabbracciare e stringere forte a sé.

 

2.7

A dover per primo rinunciare a prendersi cura di Tappo, con l’arrivo di dicembre, era toccato all’Uomo. Ad impedirgli di proseguire nell’impresa, oltre al freddo, era sopraggiunta la neve. Sì e no una mezza spanna, ma più che sufficiente per impedire alla sua sedia di farsi strada attraverso vie e marciapiedi ridotti spesso ad un pantano. A doversi assumere il gravoso fardello di badare alla pecorella smarrita, nell’ar­du­o compito di ricondurla all’ovile, ogniqualvolta se ne allontanava, era rimasta così soltanto la Donna, sorretta, poverina lei, dalla sola speranza che prima o poi Tappo si persuadesse infine a desistere dalla sua commovente missione.

Ma, ahimè, neppure neve e gelo parevano essere in grado di piegarlo alla resa. Era capitato, sì, negli ultimi tempi che restasse a casa con loro anche per due o tre giorni consecutivi, ma prima o poi finiva immancabilmente con l’andarsi a piazzare davanti alla portafinestra dell’in­gres­so, e a sto punto… persino di mangiare e bere si rifiutava, se non gli aprivano e lo lasciavano uscire.

Ma, dai oggi, dai domani, una brutta sera, a conclusione di un intero pomeriggio speso nella sua vana ricerca, la Donna era rincasata che quasi non si reggeva in piedi, con tanto di trentanove e più di febbre. Il medico aveva parlato di una bronchite trascurata e l’aveva messa a letto con divieto assoluto di uscire di casa per almeno una settimana.

Che tragedia che era mai stata per lui e lei! Lei a letto a tossire, e lui a prendersela con il veterinario. A sbraitare che se invece di usare tanti riguardi Tappo lo avessero costretto a restar a casa con loro, meno con le buone e più con le cattive, ora non sarebbero stati lì a rodersi il fegato!... e lui, chissà…

Dieci giorni, era durata l’attesa. Dieci lunghi giorni in cui l’Uomo e la Donna erano vissuti sorretti unicamente dal fermo proposto che, una volta ritrovato e riportato a casa, Tappo non ne sarebbe più uscito se non legato ad un guinzaglio. Volevano un po’ vedere, se si sarebbe davvero lasciato morir di fame!…

- Non appena mi passa la febbre… — continuava a ripetere lei, rattristata nel veder lui girare avanti e indietro per casa come un anima in pena, con quell’om­bra opaca che gli velava lo sguardo, e che pareva non volersene più andar via.

E che festa poi, la mattina che, finalmente guarita, lei era partita tutta battagliera per… “andare a prendere” Tappo, sicura di trovarlo e riportarlo a casa. Ma che amarezza dopo, quando era tornata senza di lui. Tanto era certa di riuscire nel suo intento, da poter così far felice l’Uomo, che, quando si era presentata sola e intirizzita alla porta di casa, era scoppiata a piangere e, senza dir niente, era subito corsa a rifugiarsi in camera sua a cambiarsi d’abito.

Pur a rischio di mettere seriamente a repentaglio la propria salute, la Donna non aveva affatto smesso di cercare Tappo. Aveva continuato imperterrita a girovagare in lungo e in largo attraverso una città che si andava intanto vestendo a festa, camminando instancabile tra un andirivieni di gente all’apparenza allegra e senza pensieri, sino a che una sera, vedendola più stanca e sfiduciata del solito, l’Uomo l’aveva pregata di smettere. Dar ancora la caccia a Tappo sarebbe stata pura follia. Pareva esser sparito nel nulla, inghiottito dalla neve e dal gelo.

Era stato un Natale più triste del solito, quello di lui e lei quell’anno. Certe feste, lo si sa, sono belle solo se trascorse in compagnia. Loro, invece, erano rimasti soli. Uno a ricordare chi non c’era più, l’altra a rimpiangere chi aveva perduto. Avrebbero potuto avere Tappo a consolarli un poco, ma anche lui….

La sera della vigilia, dopo cena: - Ti faccio vedere una cosa… - aveva mormorato lei a lui con un sospiro, ed era sparita in camera sua per farne ritorno subito dopo con in mano un pacchettino che, con fare triste e malinconico, aveva posato sul tavolo e aperto.

Il pacchettino, un involto di carta lucida di color blu, tempestata di stelline dorate, conteneva un cappottino, un cappottino rosso per cani, giusto giusto della taglia di Tappo.

- Ti piace? È bello, vero?… Gli sarebbe stato bene, non credi?… - aveva sussurrato poi con un fil di voce, nel mostrarlo all’Uomo. Dopo di che, mentre gli occhi le si erano fatti lucidi, era mestamente tornata in camera sua ed era andata a riporre il capottino di Tappo in un angolino in fondo all’ultimo cassetto del comò, a far compagnia ad alcuni vecchi quaderni di scuola, ad un mazzetto di fotografie strette attorno da un elastico, a due macchinine senza ruote e ad un soldatino di terracotta.

L’Epifania, oltre che alle feste, si era pure portata via brandina e ciotole, che erano finite in cantina. Di Tappo, lui e lei cercavano di parlarne il meno possibile, soffrendo di quella pena, spesso irrisa ma a volte straziante, che solo chi ha perduto un cane, un gatto o un qualsiasi altro piccolo animale domestico, cui ha voluto molto bene, può capire.

- La catena, ci voleva! Altro che psicologia… La catena! - sbottava certi momenti l’Uomo, prendendosela furente con il veterinario e i suoi metodi.

Tanto sbraitare per nulla, visto che l’ultima parola dell’odissea infinita – di cui già si è detto – non toccava scriverla né a lui né alla Donna, ma bensì al terzo protagonista della storia, il quale, da par suo, teneva loro in serbo un’ultima sorpresa, la più bella di tutte.  

Febbraio se ne stava andando. Una sera, nel rincasare dopo essere stata presso un’amica indisposta, a farle un’iniezione, la Donna si era trattenuta qualche istante davanti al cancello di Lillo per dargli un chicca. Si era fatto quasi buio, e altra neve caduta da poco aveva reso la stradina del quartiere quasi impraticabile. Il vizio d’allungargli ogni tanto qualche leccornia quando passava di lì, a Lillo, la Donna glielo aveva dato da sempre. Ma negli ultimi tempi, da che Tappo era sparito, era ben raro che se ne dimenticasse. Lui, da furbastro e goloso qual era, non mancava mai di farsi trovare presente all’appuntamento, il muso già proteso attraverso le sbarre.

Ma, fatto insolito quella volta, anziché mettersi ad uggiolare d’impazienza mentre lei frugava nella borsetta, aveva preso a ringhiare a qualcuno o qualcosa che sembrava essersi fatto presente alle spalle della Donna. D’istinto, lei si era voltata per vedere di che si trattasse e… il tempo di riuscire a scorgere nel chiaroscuro della sera un mucchietto di peli sporchi e intirizziti arrancare verso di lei in mezzo alla neve, tirarseli su in braccio, infilare una caramella in bocca a Lillo, che già s’era messa a correre come una matta verso casa, chiamando l’Uomo a squarciagola, gridando che Tappo era tornato.


LA SEPARAZIONE

3.1

- Ciqu ciqu per Alga… Ciqu ciqu per Alga… - gracchia all’improvviso la piccola ricetrasmittente installata a bordo dell’auto della Donna. Lei, che è alle prese con un mastodontico trattore da sorpassare, non se la sente di distrarsi dalla guida per rispondere alla chiamata.

- Ciqu ciqu per Alga… Ciqu ciqu per Alga… Attenzione, Alga, mi ascolti? Alga!...  - insiste l’altoparlante.

- Qui Alga… Qui Alga… Mi senti, Tigre?… Mi senti?… — trasmette infine lei che, superato qualche attimo d’esitazione, desiste dalla sfida con il trattore per rallentare la marcia e andarsi a fermare su di uno stretto spiazzo erboso ai margine della strada.

A casa l’Uomo sorride.

- Okay, Alga, okay… Arrivi bene, forte e chiara. Cinque e nove. Tutto okay lì?

- Sì sì… tutto okay… tutto okay… — mente lei che per il gran magone che le stringe la gola non riesce quasi a parlare.

- C’è nebbia lì su?

- Sì… un po’ sì… ma non tanta…

- Tappo che fa? È tranquillo?

L’altoparlante resta muto.

- Attenta, Alga!… Mi ascolti?… Alga!…

Ancora silenzio.

- Alga!... Rispondi!... Mi ascolti?... Alga! 

- Sì sì... ti ascolto... ti ascolto… Dimmi...

- Tutto okay?

- Sì sì… tutto okay… tutto okay…

- Dimmi di Tappo. Che fa?

- Che cosa vuoi che faccia lui… poverino… È qua, dietro di me… Senti… è meglio che vada… se no mi viene tardi… Ci sentiamo dopo… Non posso guidare e parlare… Ciao…

- Okay… d’accordo… Chiama se c’è qualcosa che non va, io resto qui in ascolto… okay?

- Sì sì... okay... okay… Ciao…

La piccola auto rossa della Donna riparte tutta ballonzolando con un gran sventolare della lunga e flessibile antenna che ha piantata su uno dei due parafanghi posteriori e riprende ad arrancare su, tra folate di nebbia che si fanno sempre più fitte, su su, per una strada che si inerpica ripida e tortuosa lungo le pendici di un colle.

Quando poco prima era sparita oltre la curva in fondo al vialetto del quartiere, a lungo l’Uomo era rimasto lì fuori in maniche di camicia, in mezzo alla via dov’era sceso per vederla partire, a tremare di freddo e a chiedersi che altro ancora avrebbe potuto pretendere da lui quel Dio tanto buono e misericordioso – cui un tempo sua madre aveva insegnato a credere – colmo di così tanto amore d’aver destinato il proprio figlio a dover morire in croce.

   

3.2   

Da che aveva iniziato a far stabilmente parte della famiglia, se non proprio in casi eccezionali, era ben difficile che la Donna uscisse in auto senza farsi scortare dal suo agitatissimo ma fedele bodyguard. Ragion per cui, le opportunità di venir scarrozzato in macchina dalla sua… protetta, a Tappo non mancavano di certo. E a vedere quanto la cosa gli piaceva!

Se il viaggio si limitava ad una delle consuete puntate in centro, per acquisti o commissioni varie, non era in tal caso che facesse proprio i salti mortali dalla conten­tezza. Tuttavia, pur di non perdersi la corsa, finiva pure con l’assoggettarsi di buon grado a pagarne poi lo scotto che di regola questa comportava. Arrivati a destinazione infatti, per bene che gli potesse capitare, gli toccava di dover indossare i panni del cicisbeo. Ovvero d’essere costretto a zampettare a destra e a manca, tutto impettito, menato per il guinzaglio come un salame. E questo le volte che non finiva col ritrovarsi dal veterinario o a far la coda in un qualche ufficio o sala d’aspetto gremiti di gente. Occhio alle zampe, allora!

La manna per Tappo – e che manna! – gli cadeva di solito giù dal cielo il venerdì pomeriggio. Il giorno in cui la Donna – più o meno tutte le settimane – andava a farsi bella dalla parrucchiera. Allora sì che era una pacchia. Niente po’ po’ di meno che una ventina di chilometri e più fra andata e ritorno: un mezzo giro del mondo. Ma mica finiva lì. Macché! Il bello veniva dopo, dalla parrucchiera: una volta dentro al negozio. Cose dell’altro mondo! Roba da pascià! Altro che cicisbeo.

Che fosse il giorno sì, Tappo lo sapeva ancor prima di partire. E senza bisogno di sfogliare agende o calendari. Lo sapeva e basta. Anche quando la Donna, vuoi per un motivo, vuoi per un altro, a farsi i capelli finiva con l’andarci il giovedì oppure il sabato.

Che Tappo avesse mangiato la foglia lo dava ad intendere al momento della partenza. Sull’auto ci si piazzava sempre allo sesso modo, il suo: zampe posteriori ben piantate sulla punta del sedile posteriore e zampe anteriori ben piantate sulla punta dello schienale del sedile anteriore, beninteso dietro le spalle della Donna. Eppure, che non fosse lo stesso Tappo di quello diretto in città, glielo si poteva leggere addosso. La differenza era impercettibile. Una sfumatura. E così tenue da essere quasi impossibile cogliere se non attraverso lenti del tutto speciali. Ma c’era: eccome se c’era! Al Tappo del giorno della manna… riluceva il pelo dalla felicità! E ad osservarlo poi con un briciolo di fantasia – e forse non solo – il Tappo, che si apprestava a spiccare il volo verso la grande avventura, dava quasi l’impressione di portare un paio di spessi occhialoni antipolvere calati sul muso, d’aver ben ficcato sulle orecchie un robusto casco di cuoio nero e di fregiarsi il bel manto color pelle di daino con una svolazzante sciarpa di lana bianca avvolta intorno al collo. Già: preciso e identico a certi leggendari corridori automobilistici d’altri tempi, i quali, a bordo dei loro rombanti e scoppiettanti bolidi, può capitare di veder ancora sfrecciare tra due ali di folla festante, lungo strade strette e polverose, in qualche vecchio filmato alla tivù.

La prima volte che era approdato all’“Hair Beauty Center” – come pomposamente annunciava l’insegna affissa sulla porta del negozio di parrucchiera, peraltro alquanto modesto, di proprietà della vecchia amica della Donna, personaggio a cui già si è accennato – manco a dirlo, Tappo non aveva fatto altro che sbadigliare per l’intero tempo che era rimasto là. 

Ma, fra una permanente oggi e una messa in piega domani, l’atmosfera muliebre, fragrante di profumi, che aleggiava in quel luogo a lui prima d’allora quasi certamente del tutto sconosciuto, a poco a poco lo aveva ammaliato.

Uggiolava d’impazienza nell’arrivare. E una volta là, varcava la soglia del negozio con il focoso impeto di un giovane sultano che si appresti a visitare il proprio harem.

E Tappo di qui!… e Tappo di là!... Chi ad allungargli una caramella, chi un biscottino, chi un bonbon… Erano tutte là ad aspettarlo, le sue odalische. A contenderselo l’un l’altra per accarezzarlo, coccolarlo, colmarlo di mille moine.

Quella si che era vita! Peccato solo che lui, di quel giardino di delizie, riu­scisse a godersene solo uno spicchio. Tempo a dir tanto una mezzora che finiva lungo e disteso sotto questa o quella poltroncina, messo K.O. da un soffuso concerto di pettegolezzi, capace, unitamente al ronzio dei föhn in sottofondo, di esercitare su di lui un irresistibile potere soporifero.

A far ritornare Tappo sulla terra e a rimetterlo più o meno in grado d’affrontare il viaggio di ritorno, bastava solo che la Donna, sistemata la testa, lo trascinasse fuori dal salone. 

Una bella scrollatina all’aria aperta più una qualche salutare alzata di zampa qua e là nei dintorni riuscivano suppergiù a compiere il miracolo. Svegliare, si svegliava, ma – ahimè! – l’atmosfera mollemente lussuriosa, che regnava nel negozio di parrucchiera, finiva ogni volta, inevitabilmente, col trasfigurarlo.

Ad osservarlo per bene, smessi occhialoni, sciarpa e casco, per indossare guanti, cilindro e marsina, il Tappo che lasciava l’“Hair Beauty Center” zampettava via con l’incedere incerto e trasognato di un gran viveur dei tempi che furono, reduce da una notte di follie.

In estasi pareva, nel tornare a casa. Se ne stava lì sull’auto, a far da ponte tra un sedile e l’altro, incurante del mondo intero, il muso piantato fra i capelli della Donna freschi di bucato, ad inebriarsi beatamente del loro profumo. E a vederlo, curva dopo curva, ondeggiar leggero a destra e a manca: aveva in sé una grazia e una maestria tali da far impallidire equilibristi e danzatori fra i  migliori d’ogni tempo!

 

3.3  

La piccola auto rossa della Donna prosegue ostinata nella sua ascesa, su su, lungo le pendici del colle. Un colle brullo, pietroso, triste. Pare un giocattolo a vederla lì dove si trova.

La nebbia si è fatta ora più densa. La strada più stretta, più ripida. La macchinina continua però ad andare avanti lo stesso. Si arrampica su pian piano, incerta, a fatica. Tornante dopo tornante. Traballando, sussultando, il motore che ronza e stride forte che a tratti sembra quasi un lamento.

Alle prese con un’erta più ostica delle altre, la macchinina ha un sobbalzo. Pare arrestarsi. Arrendersi. Voler tornare indietro. Desistere dalla difficile impresa cui è chiamata a cimentarsi. Ma eccola che riparte, che riprende a salire. Su su, verso la cima del colle. Perché è sin lassù che deve arrivare.

 

Era la prima volta che lei riusciva a fargliela in barba: a prepararsi cioè per andar fuori senza che lui se ne accorgesse. Tutta colpa di quel ben di Dio che si era pappato a pranzo: petto di pollo arrosto spezzettato, bocconcini di mozzarella e una bella manciata di olive verdi da rosicchiare. Ben poca cosa in paragone alla scorpacciata che si era fatto al ristorante la domenica precedente, però...

Vuoi per via della pancia piena che si ritrovava, vuoi per la sorpresa, vuoi che dentro la macchina ci si gelasse come in una ghiacciaia; vuoi per il fatto che non riuscisse a capire dove la Donna lo stesse mai portando, fatto sta che a vederlo lì quel giorno, sospeso fra un sedile e l’altro, senza occhialoni né marsina, Tappo pareva esser solo ciò che era: un piccolo cane, smarrito e spaventato, che non cessava un sol istante di sbadigliare e tremare per il freddo e la paura che aveva.

 

- Ciqu ciqu per Tigre... Ciqu ciqu per Tigre... - chiama la Donna.

- Ciqu ciqu per Tigre... Ciqu ciqu per Tigre...

- Okay, Alga, okay... Ti ascolto… Ero al computer, scusa... Tutto bene?

- Sì sì… tutto bene… tutto bene… Ti dico poi a casa... Ciao… Passo e chiudo...

La voce della Donna è incrinata dal pianto. All’Uomo non sfugge. Esita. Vorrebbe richiamarla, parlarle ancora. Porta alle labbra il microfono per farlo, ma finisce con l’accasciarsi invece sulla sua sedia, il viso contratto in una smorfia di dolore.

Il piccolo topo che gli rode la schiena malata sogghigna. Sa bene lui quando colpire, quando approfittare dei momenti in cui l’Uomo è più vulnerabile. E allora giù! Affonda i suoi artigli! È lui adesso padrone del campo. Che resta più all’Uomo per difesa? Ha smesso di lamentarsi, di maledire. Persino di bestemmiare ha smesso. Che può più fare ormai?

Il piccolo topo sghignazza. L’Uomo si torce. Abbassa la testa. Sta per soccombere. Il piccolo topo affila le grinfie. Si prepara a ferire! A lacerare! A distruggere! Ma l’Uomo non si arrende. Non cede. Non si da ancora per vinto. Reagisce. Digrigna i denti. Si ribella. Si tira su. I gomiti piantati sui braccioli della sua sedia. Che mette in moto. Che pilota fuori dalla camera. Veloce. Attraverso corridoio e soggiorno, sino a fermarsi infine nell’ingresso, davanti alla porta che dà nel salotto.

Una porta che rimane quasi sempre chiusa quella del salotto. È la porta che custodisce il piccolo museo dov’è conservato il pianoforte che suonava sua madre da ragazza, e dove alle pareti sono appesi i suoi quadri. Quelli che aveva dipinto prima di sposarsi, prima che lui nascesse, prima che si ammalasse.

A frugare dentro il pianoforte è andato l’Uomo in salotto. È corso a prendere qualcosa che si trovava lì nascosto… che aveva lì nascosto: un pacchetto di sigarette tutto spiegazzato e un accendino.

Furtivo come un ladro, le mani che gli tremano, l’Uomo sfila dal pacchetto una delle tre sigarette che vi sono rimaste dentro e l’accende. Dopo di che, riposti pacchetto ed accendino nuovamente nel loro nascondiglio, esce dal salotto, ne richiude con cura la porta e va fuori, sul terrazzino a fumare, in attesa che la Donna faccia ritorno a casa.

- …e, mi raccomando, non mi si ripresenti più qui con le dita gialle di nicotina! - lo aveva redarguito il professore, durante l’ultima visita. Lui, una settimana senza sigarette, c’era ben riuscito a resistere…


AL PONTE QUEL 22 D’APRILE

4.1

Il pacchetto, con le tre sigarette e l’accendino, era finito tra le corde del pianoforte in salotto una sera dell’aprile di quello stesso anno. Il 22, per l’esat­tezza. Che giornataccia che era stata mai quella per l’Uomo e la Donna! E per Tappo, poi!

Pressoché costretto a dover trascorrere l’intero inverno rintanato in casa come un orso, con l’arrivo della primavera, l’Uomo salutava la fine della lunga e tediosa prigionia domestica in cui neve e gelo lo avevano per mesi e mesi tenuto segregato, e, per celebrare l’evento, la prima cosa che faceva, non appena lo poteva, era di caricare per bene le batterie della sua sedia e di correre al “Ponte Vecchio”.

Fra vento, piovaschi e ritorni di freddo, ne aveva da rimandarne a volte di partenze. Ma alla prima occasione, al presentarsi finalmente del tanto sospirato giorno sì, allora non lo teneva più nessuno. Allora filava al “Ponte Vecchio”, felice come un ragazzino all’uscita di classe l’ultimo giorno di scuola. Persino la sua sedia pareva far faville. Stanca e stufa pure lei – chissà – d’esser stata costretta per un infinità di tempo a dover gironzolare avanti e indietro per casa, da una stanza all’altra, filava in strada come un puledro a briglia sciolta, col ronzare dei due motorini che la spingevano che a sentirlo sembrava musica.

Al “Ponte Vecchio” per la prima volta, l’Uomo c’era  arrivato lo stesso giorno in cui, a bordo della sedia a rotelle motorizzata della quale da non molto tempo faceva uso, era riuscito a trovare il coraggio d’avventurarsi oltre i confini delimitati dal vialetto del quartiere dove abitava. Solito ad uscire di rado, e quelle poche volte sempre in compagnia di qualcuno, non era stato affatto facile per lui compiere quel passo. E chissà se e quando si sarebbe mai deciso a farlo, se a dargli una spinta non ci si fosse messa di mezzo la provvidenziale, ingenua curiosità di un bambino.

- Guarda, mamma... - aveva esclamato il piccolo, di passaggio di lì un pomeriggio insieme alla madre, nell’osservarlo stupito mentre lui, dopo mille esitazioni, si era finalmente deciso a mettere il naso fuori dal cancelletto del giardino, per restarsene a gironzolar poi in su e in giù lungo un tratto di strada di fronte a casa - Guarda, va da solo…

Non aveva domandato alla madre se quel signore avesse avuto male alle gambe, per esser costretto a dover star seduto lì sopra dov’era, aveva detto: — Guarda, mamma, va da solo… - Va da solo!

E con quel “va da solo” che gli turbinava in testa, l’Uomo era corso dalla sua, di madre, e: - Ma’ — le aveva detto - vado a fare un giro, torno fra un po’. - e, metro dopo metro, era arrivato sino al “Ponte Vecchio”, a quasi tre chilometri da casa. E una volta là, quando si era infine voltato indietro a guardare la città lontana e si era acceso una sigaretta con le mani che gli tremavano un po’, per un attimo si era sentito padrone del mondo.

Oltre agli appuntamenti di primavera, divenuti ormai un rito, tempo permettendo, al “Ponte Vecchio” l’Uomo ci si spingeva spesso e volentieri anche poi, durante l’estate e l’autunno. Magari, per assistere allo spettacolo di una piena, quando capitava, o, viceversa, nei periodi di gran siccità, per veder riaffiorare dall’acqua i resti della carcassa arrugginita di un grosso autocarro precipitato giù da basso parecchi anni prima e mai più ripescato. Anche se il più delle volte, a dire il vero, al “Ponte Vecchio”, l’Uomo ci andava semplicemente per starsene un po’ là da solo, a guardarsi attorno, a pensare, a fumarsi una sigaretta e a veder scorrere via, ora impetuosa, ora lenta, la corrente del fiume.

Poi era arrivato Tappo. Allora andare al “Ponte Vecchio” era diventata una festa, una scorribanda, un’avventura. E… per soli uomini. Ci si era provata una volta la Donna a volersi unire a loro, ma era stata la prima e ultima.

 

4.2

Proprio con un giro al “Ponte Vecchio”, era iniziato quel benedetto 22 di aprile. Con un bel giro al “Ponte Vecchio”, e in edizione mattutina. A promuoverlo, in via del tutto eccezionale, con l’Uomo che, per il peggiorare della sua schiena, se non suonavano le undici non si alzava da letto, era stata la Donna, nell’intento di riuscire a dare una bella rassettata alla sua camera, in un’ora decente e senza aver né lui né Tappo continuamente fra i piedi.

Rito nel rito, era ormai consuetudine di famiglia che ad ogni spedizione per il “Ponte Vecchio” la Donna scendesse in strada a salutare i due partenti, manco dovessero imbarcarsi in chissà quale impresa e star via per mesi. Tappo, a cui l’andare a zonzo con l’Uomo piaceva forse ancor più che farsi scarrozzare in auto dalla sua padrona, da parte sua, per festeggiare l’avvenimento, si scatenava ogni volta in una sfrenata e personalissima danza propiziatoria, suonando la gran cassa con tutto il fiato che aveva in corpo.

Fatto strano, quel mattino, non aveva neppure fiatato. Sceso in giardino al momento della partenza, se ne era rimasto buono buono in diparte, quasi che, data l’ora, abbaiando com’era suo solito fare, temesse di dar la sveglia ai più accaniti dormiglioni del vicinato. Sul momento, né lui né lei avevano dato alcun peso all’accaduto, anche perché lui, al grido lanciato dall’Uomo: — Tappo, al ponte! — da zelante e fedele recluta che si vantava d’essere, era subito scattato sull’attenti pronto a gettarsi a spron battuto nell’azione esplorativa che, di regola, segnava l’inizio di ogni missione.

Un po’ tuttofare, quando c’era di mezzo il “Ponte Vecchio”, Tappo si trasformava in un disciplinatissimo – o quasi – soldatino a quattro zampe, non solo felice ed orgoglioso di poter marciare fianco a fianco al proprio capitano, ma altresì disposto a farsi pure in… tre per il bene del reggimento. E già, perché, dal momento in cui, come truppa, figurava costituirne lui l’unica unità disponibile in campo, con grande abnegazione e forte senso del dovere, di volta in volta e a seconda delle necessità, s’impegnava a rappresentarne ora l’avanguardia, ora il centro, ora la retroguardia.

Così come nelle uscite a tre, anche nelle partenze per il ponte, scontri ed incontri, che vedevano Tappo alle prese con i propri simili, si svolgevano immancabilmente seguendo la traccia di un copione ormai ben collaudato. Messo a tacere Lillo, se mai l’incauto osava mostrarsi al loro passare, ringuainata la sciabola, Tappo restava a caracollare paziente in attesa d’esser raggiunto dal proprio capitano, per poi, al suo arrivo, proseguire solerte accanto a lui. Compito del buon soldatino, a quel punto, era di scortare e proteggere il beneamato superiore durante l’insidioso e temibile attraversamento del…. “Territorio Schnauzer”. Se Bella era fuori in giardino, nel vederlo passare, gli lanciava certi uggiolii ammaliatori da far ammutolire una sirena, ma lui… figurarsi! Tirava avanti dritto, senza voltare il muso dalla sua parte manco a morire. Guai a distrarsi! Il “Territorio Schnauzer” risultava essere sulla carta il tratto più pericolosa dell’intero tragitto. E lui questo lo sapeva bene.

In retroguardia, Tappo ci si spostava, o per meglio dire, ci scivolava poi una volta superato il pericolo, e non proprio per ragioni tattico-logistiche. Aveva Nina, da salutare. Mica poteva partire in missione per il ponte senza darle neanche un bacetto di commiato. E che diamine! Un soldato, che soldato è, se non si porta stretto in cuore l’addio della sua bella?! E poi a lui bastava così poco: due salti, quattro abbai, una piroetta e… oplà: già era in sella, pronto a rientrare nei ranghi.

Su certe scappatelle del soldatino Tappo, il capitano lasciava corre. Chiudeva sempre un occhio. Averne avuto uomini di quello stampo lì! Infatti, neppure avrebbe percorso una cinquantina di metri oltre i confini del vialetto del quartiere, che se lo sarebbe visto sfrecciare accanto al galoppo, deciso a riportarsi nuovamente in avanscoperta, a controllare che il cammino non celasse qualche insidia inaspettata.

Giornata stupenda quella di quel 22 di aprile. Le previsione del tempo, seguite con apprensione la sera prima in tivù, non si erano affatto smentite. Non solo non si presentava una nuvola in cielo, ma soffiava un venticello così tiepido e profumato che a sentirlo sulla pelle sembrava una carezza.

Arrivato sul ponte, l’Uomo si era accesa l’immancabile sigaretta e se l’era fumata beandosi a contemplare il panorama lì attorno. Sempre lo stesso è vero, ma che visto quella volta con gli occhi del mattino gli era parso ancora più bello del solito.

Tappo, a cui del paesaggio, al contrario, non è che importasse un gran che, come truppa, lui, al “rompete le righe”, si era perso come sempre a girovagare in qua e in là lungo un costone erboso che, ad iniziare dalla spalletta destra del ponte, scendeva giù sino al greto del fiume. A richiamarlo all’ordine, al momento di rientrare alla base, ci pensava poi l’Uomo: — Tappo, a casa! — gli gridava con un fischio. E lui, il tempo di salir su, che si presentava sbuffante all’appello, la lingua penzoloni fra i denti, impaziente solo d’intraprendere il viaggio di ritorno, affamato come un lupo.

Di “Tappo, a casa!”, quel mattino di quel 22 di aprile, l’Uomo ne aveva a dir poco lanciato almeno una decina, prima che lui si decidesse a mostrarsi. E quando si era infine fatto vivo, sbucando fuori a metà riva da sotto un cespuglio di salice, dal solo vedere con quanta flemma se ne veniva su, aveva dato l’impressione di volersela prendere con comodo. Memore di altre volte in cui Tappo si era perso a seguire chissà quale pista del tutto speciale, l’Uomo aveva atteso ancora qualche po’, nella speranza si decidesse a presentarsi finalmente all’appello, dopo di che, mai più immaginando il perché del suo attardarsi, gli aveva lanciato un ultimo richiamo e si era tranquillamente avviato verso casa. Ben sapendo che, partito lui, Tappo si sarebbe dato immediatamente una mossa e lo avrebbe raggiunto in men che non si dica.

Già aveva percorso un buon tratto di strada, quando, tra l’indispettito e il preoccupato, non vedendolo arrivare, l’Uomo si era infine deciso a tornare indietro, curioso anche di andare a scoprire dove diavolo Tappo si fosse mai andato a cacciare.

Poi, di tutto quanto era successo, ricordava solo d’aver scorto Tappo steso sul ciglio della strada a qualche metro del ponte. E che poi era passato un uomo in bicicletta. Un uomo anziano. Un brav’uomo. Che si era subito fermato a vedere cos’era successo. E che, dopo aver appoggiato la bicicletta da qualche parte, aveva tirato su Tappo da terra e glielo aveva sistemato alla bell’e meglio sulle ginocchia.

Per il resto, sino a casa, l’Uomo non aveva fatto poi altro che prendersela con la sua sedia che non riusciva correre altrettanto veloce come le auto che gli sfrecciavano accanto.  

 

4.3

Tappo era stato colpito da ictus cerebrale, sentenziava la diagnosi del veterinario. Un verdetto che non ammetteva appelli.

Avrebbe potuto sopravvivere qualche ora, al massimo un giorno o due, ma non sarebbe uscito più dal torpore in cui era sprofondato, se non per passare da questo alla morte.

- Muore, sai?... Tappo sta morendo!... gli aveva quasi urlato lei al telefono, disperata, la voce stridula per l’angoscia. Lei che, senza perdere un attimo di tempo, era partita in tutta fretta con la sua piccola auto rossa per correre dal veterinario.

- Un minuto! Un sol minuto, basta a volte per salvare una vita… - ripeteva sempre il suo professore: - Un sol minuto!

- Muore, sai?... Tappo sta morendo!...

Il cortile della vecchia casa tra i vicoli, lui che era seduto su di una seggiolina di vimini all’ombra di una pergola, e la lucertola, là, sul muro di cinta, ferma sotto il sole. Lui che a stento era riuscito a raccogliere la pietra da terra, che l’aveva ben soppesata fra le mani, che aveva attentamente preso la mira e che l’aveva infine lanciata. Dapprima lo stupore, il compiacimento, l’orgoglio per esser riuscito a colpire il bersaglio. Poi la paura, lo sgomento, l’orrore di fronte al contorcersi di quel piccolo essere caduto a terra ferito a morte.

Aveva strillato e pianto sino a che la madre non era accorsa tutta preoccupata in cortile a vedere che gli fosse mai successo. E lui a dire che stava male, che gli veniva la nausea, che aveva male alla testa, un male fortissimo, e che voleva essere portato a casa, subito!

E poi la notte, a pensare alla lucertola ferita. Forse già morta. Forse mangiata da un gatto. Forse ancora viva e là, ad aspettarlo agonizzante l’indomani pomeriggio ai pedi del muro.

Tre giorni erano invece passati prima che lo rifacessero uscir fuori, con la febbre che gli era venuta. E quando lo avevano riportato in cortile, per sederlo sulla sua seggiolina di vimini all’ombra della pergola, che peso che si era tolto lì per lì dal cuore, nel vedere che la lucertola non c’era più. Ma quante e quante notti era rimasto per ore e ore sveglio a pensare a lei, senza riuscir più a togliersela dalla mente.

- Muore, sai?... Tappo sta morendo!...

Il padre lo avevano riportato a casa dall’ospedale steso su di una lettiga, incapace ormai di reggersi in piedi. Sparuto, smagrito, irriconoscibile: l’ombra dell’omone che era stato. Quanto aveva spiato in quei suoi occhi chiari e acquosi, nel timore di leggervi dentro la paura della morte. E quanto aveva sperato, scongiurato, pregato affinché l’agonia potesse aver termine prima che ciò accadesse.

E poi la mamma. Così bella. Invecchiata in silenzio, sempre a tenersi tutto dentro. Se ne era andata all’improvviso, lei. Senza soffrire, senza fare un giorno di letto; come sperava, come diceva sempre d’augurarsi che fosse.

- Muore, sai?... Tappo sta morendo!...

Sul terrazzino, dov’era uscito dopo aver ricevuto la telefonata della Donna, l’Uo­­mo aveva distolto lo sguardo dalla scia bianca di un jet, che si stagliava alta nel cielo azzurro e terso, aveva gettato via il mozzicone della sigaretta che stava fumando ed era sceso in giardino per andare ad aspettarla sulla strada. Per andare ad aspettare lei e Tappo, che la Donna portava a casa a morire.

Una volta arrivata, lei era subito corsa in casa col suo fagotto stretto fra le braccia, perdendo una scarpa e lasciando la portiera dell’auto spalancata.

Sin quasi alla “cappelletta” era corsa quel mattino, scalza e con la febbre. Prima attraverso i campi, poi, su su, tra i filari della “vigna alta”, fino ad arrivare allo stradone, e poi ancora avanti, sino a quando non si era finalmente imbattuta in qualcuno che l’aveva accompagnata in macchina al paese. Il figlio più piccolo stretto al petto, cereo, la bava alla bocca. Quel figlio che se la incontrava ora per strada volgeva il capo dall’altra parte. Gesù, come avrebbe voluto che fosse stato lì a vederla in quel momento!

- Non è cattiva la tua mamma, sai? - gli avrebbe detto - Non è cattiva. Vedi? Piange per un cagnolino che sta per morire. - Così gli avrebbe detto, proprio così.

 

4.4

E a morire Tappo era stato steso sul divano in soggiorno, avvolto nel vecchio plaid dai colori sgargianti: “la sua copertina”, come lo chiamava la Donna. Che fosse proprio agli sgoccioli lo si capiva dagli occhi vitrei che gli si erano fatti, dalla lingua che gli penzolava grigiastra fra i denti e da quel flebile rantolio che ancora lo teneva legato alla vita, gorgogliante e leggero simile al ronfare di un gatto, ma che risuonava nel silenzio della stanza pari al mantice di una fucina.

A vederli lui e lei: due anime in pena! Smarriti, increduli, disperati. Lei che gli si era accoccolata accanto sul divano, pallida, gli occhi rossi, a tormentare di contino un fazzolettino bianco che teneva stretto fra le dita; e lui, che avrebbe dovuto andarsi a riposare un po’, che se ne stava invece lì, accasciato sulla sua sedia, la schiena che era tutta un dolore.

Per ore, l’Uomo e la Donna erano rimasti accanto a Tappo, a spiarne affranti il rantolare, in attesa di coglierne l’ultimo respiro, senza mandar giù un boccone, senza neppur bere un sorso d’acqua.

Niente e nessuno al mondo sarebbe stato in grado di smuoverli di là. Al capezzale di Tappo ci avrebbero fatto venir sera e magari anche notte, se ciò fosse stato necessario. Se non che, intorno alle quattro del pomeriggio, Tappo si era mosso, d’improvviso, e proprio un attimo dopo che la Donna, in uno slancio di compassione, nel vedere che s’era messo a tremar tutto come una foglia, aveva esclamato commossa: - Hai freddo, piccino? Vuoi che la tua mamma ti prenda in braccio per riscaldarti un po’? - lui, Dio solo sa come, aveva sollevato la testa e cercato poi di tirarsi su con le zampe anteriori, nell’atto di volersi trascinare in avanti per andarle a posare il muso in grembo. A prendersi due coccole: com’era spesso solito fare.

Ma, ahimè, come un giocattolo rotto che, prima di arrestarsi definitivamente, per un ultimo scatto della molla spezzata, si animi ancora in un guizzo finale, così Tappo, dopo quel suo estremo e patetico gesto d’attaccamento alla sua padrona, si era fermato: si era adagiato esanime sul divano e non si era più mosso. Sebbene, almeno per il momento e seppur flebile flebile, quel suo rantolio simile al ronfare di un gatto aveva continuato, in soggiorno, a far compagnia al ritmare cadenzato del pendolo.

Sul terrazzino, dov’era intanto scappato a rifugiarsi con gli occhi lucidi, vinto dall’emozione, a tremare ci si era messo pure l’Uomo. Solo che lui, a differenza di Tappo, tremava di rabbia. Ce l’aveva con qualcuno, lui. Quel qualcuno che nella più assoluta indifferenza lasciava morire un piccolo cane buono che non aveva mai fatto male a nessuno e che, per quanto già mezzo morto, aveva cercato ugualmente di trascinarsi in braccio alla sua padrona.

Ce l’aveva con Dio, l’Uomo. Con il suo, di Dio. Quel Dio al quale non riusciva a perdonare molte cose, e che da tempo aveva ormai smesso di pregare, ma a cui in quel terribile momento non aveva potuto fare a meno di rivolgersi, non rappresentando che la sola ed unica speranza a far sì che Tappo non li lasciasse, poiché il solo pensiero di non vederselo più zampettare attorno lo faceva star male, ma male veramente.

“Non far morire Tappo, e io smetto di fumare!” aveva così proposto l’Uomo a Dio. Al suo, di Dio. E affinché l’intento risultasse ben chiaro aveva gettato via a metà la sigaretta che stava fumando, e che solo allora si era accorto d’aver acceso, e, colmo di sdegno com’era, aveva pure sollevato lo sguardo al cielo, in segno di sfida.

Ma, ahimè, proprio nel preciso istante in cui l’Uomo cercava di venire a patti con Domineddio, in soggiorno, a rompere il silenzio che regnava nella stanza, pareva non esserci rimasto che il solo ticchettare del pendolo. Cosicché, quando i rantoli di Tappo, dopo essersi a poco a poco fatti sempre più flebili, sembravano essere cessati del tutto, lei si era subito premurata di coprirgli il muso con un lembo del plaid ed era mestamente uscita sul terrazzino per unirsi al proprio compagno. Non gli aveva detto niente, gli aveva solo cinto le spalle con un abbraccio e appoggiato il viso sul capo, e lui aveva subito capito.

Per un bel pezzo se ne erano rimasti lì fuori, lui e lei. Lì, sul terrazzino al sole, muti, sgomenti, increduli, stretti l’un l’altra senza trovare più il coraggio di tornar dentro. Sino a che poi, sentendosi quasi venir meno, lei si era infine fatta animo e si era decisa a rientrare in casa per andare preparare una tazzina di tè. E là, lei nel cucinino a mettere un po’ d’ordine, e lui, che l’aveva seguita, parcheggiato sulla porta del soggiorno, in attesa che l’acqua si fosse scaldata, avevano cominciato a parlare di Tappo come di un qualcuno che non c’era più, non tralasciando un solo istante di lanciare lunghi sguardi sconsolati in direzione di quel mucchietto di stoffa che giaceva sul divano e che, al sol posargli gli occhi addosso, faceva loro stringere il cuore.

- Piccino, lui… Ricordi, quando l’ho portato dal veterinario a fare il tatuaggio?... A far la fontanella a zampe all’aria s’era messo, dalla paura che aveva.

- E quel pomeriggio al cinema?… In quel film di fantascienza… quando il mostro era sbucato fuori dall’astronave, e lui…

Se, una volta preso, il tè li aveva un tantino rinfrancati, a distogliere brutalmente lui e lei dal ricordare Tappo da vivo, tutto a un tratto e con sconcerto, li aveva assaliti il pensiero di cosa farne di lui ora da morto.

Fermamente decisi a non ricorrere a chi di dovere, ben sapendo che Tappo sarebbe finito dentro ad un inceneritore, chiuso in un sacchetto di plastica di quelli usati per la spazzatura, dopo aver a lungo vagheggiato sull’eventualità di rivolgersi ai responsabili di un certo cimitero per animali, di cui non molto tempo prima avevano intravisto la pubblicità su di una rivista, all’Uomo e alla Donna era parso che la cosa più giusta da fare fosse stata quella di seppellire Tappo in giardino – “a riposare al fresco sotto la siepe di lillà” – legale o non legale che fosse. Almeno per sapere dov’era…

La parte di… beccamorto, preso atto che sarebbe stato necessario poter contare su di una persona abbastanza robusta da essere in grado di scavare una buca sufficientemente profonda e abbastanza grande da contenere Tappo – compito non di sicuro adatto alla Donna – sarebbe toccata ad un vicino di casa. Un uomo di una certa età, più che fidato, a cui spesso si rivolgevano per i lavori di giardinaggio più pesanti.

Ma… quarantasette: morto che parla… la Donna si era giusto giusto alzata dalla sedia per andare nell’ingresso a telefonare, quando, proveniente dal divano, s’era levato uno strano rumore. Un qualcosa simile ad un russare. O, meglio ancora, ad un ronfare. E, più precisamente, al ronfare di Tappo quando se la dormiva della grossa.

Per quale miracolo Tappo fosse sopravvissuto alla mazzata che gli era capitata fra capo e collo, il veterinario non se l’era proprio saputo spiegare. Per tre o quattro giorni era sì rimasto un tantino imbambolato, stentando a volte persino a camminare, ma tempo una settimana era tornato vispo più di prima.

Il pacchetto, con le tre sigarette e l’accendino, erano finiti nel pianoforte in salotto quello stesso giorno, la sera dopo cena. Una cenetta coi fiocchi che la Donna, valente in cucina quanto in corsia, era riuscita a rimediare in quattro e quattr’otto e a servire felice in tavola per festeggiare il lieto epilogo di quel 22 d’aprile, iniziato davvero male.

Bevuti due bicchieri di vino e preso il caffè, già l’Uomo si era infilato una sigaretta fra le labbra, giurando a se stesso che avrebbe dato corso al voto fatto a partire dall’indomani, quando la vista di Tappo, che lo guardava stralunato da sopra il divano, tanto da sembrare un tantino alticcio pure lui, lo aveva spinto tutto a un tratto a mettere in moto la sua sedia e a sparire in salotto.

Sei giorni, era riuscito a mantenere fede alla promessa data. Sei lunghi giorni d’inferno in cui il dubbio che a salvare Tappo, più che Domineddio, fossero state le cure prestategli in extremis dal veterinario, lo aveva alla fine indotto a capitolare.

Con Dio, tuttavia, l’Uomo era rimasto d’accordo sul fatto che, nel qual caso gli fosse sorto in animo l’intenzione di mettere in atto una qualsiasi forma di rappresaglia nei suoi confronti, se la prendesse solo con lui, ma che Tappo lo lasciasse in pace, altrimenti!…


IL MATTINO DELLA PARTENZA

5.1

La Donna siede pallida e tesa sullo scomodo sedile posto a fianco della lettiga su cui giace l’Uomo, le dita della mano destra strette ad un appiglio fissato alla parete dell’abitacolo.

L’autoambulanza corre veloce. Il motore ronza regolare, monotono.

 

C’era festa quel giorno al paese. Festa grande. Era la festa del Santo Patrono. C’erano i burattini, la banda e anche tante bancarelle c’erano. Certe stracolme di giocattoli e dolciumi da incantare e far venire l’acquolina in bocca. Com’era felice lei! Lei, con il suo bel vestitino nuovo e le scarpette di lustrino.

- Bella che sei!… Una bambolina sembri!… - le dicevano tutti.

Pure la giostra c’era quel giorno al paese. Una grande giostra con la musica e tante luci colorate. I pianti che si era fatta per convincere il babbo a farcela salire sopra! Ma che paura poi, una volta che quella si era messa a girare!

- Mamma!... Mamma!... Mammina!… - aveva strillato allora a più non posso, aggrappata alle briglie del cavallino bianco su cui era seduta a cavalcioni, nel timore che quello se la volesse portar via.

 

- Tutto bene? - s’informa, affacciandosi dal finestrino interno, il giovane milite che siede nella cabina di guida in compagnia dell’autista.

- Sì sì, tutto bene, grazie. - lo rassicura lei. 

Assopito che si era, cullato dal ballonzolare della vettura, l’Uomo si sveglia di soprassalto. “Che c’è, ma’?…” è lì lì quasi per chiedere, prima di aprire gli occhi e avvedersi d’aver la Donna, accanto. La Donna…

- Gesù!… — sospira allora, nel passarsi frastornato una mano sul viso, e: - Che ora è? — domanda poi con voce arrochita, la gola secca per l’arsura.

- Dormi… dormi… - gli fa lei a fior di labbra, nel sistemargli intanto un ciuffo di capelli sulla fronte — Dormi che è presto.

L’Uomo annuisce con un cenno del capo, abbozzando un sorriso e richiudendo stancamente gli occhi, per trarre quindi un profondo respiro a cercar di scacciar via l’opprimente senso di nausea che non appena desto lo aveva subito ripreso allo stomaco.

 

- Tieni dentro le braccia… - gli aveva raccomandato di fare l’autista, in procinto di attraversare il portoncino di casa, quando la mattina presto erano venuti a prenderlo per portarlo via in barella — Tieni dentro le braccia…

Era tutto come allora… Tutto come allora… Il lividore dell’alba… l’autolettiga gelida… l’odore di benzina e disinfettante… Tutto come allora!…

 

L’autoambulanza scompare inghiottita nelle fauci spalancate di una galleria. Un lungo tunnel che sembra non aver più fine. Il ronzio del motore si fa boato, rombo assordante. Improvvisi bagliori di luce giallognola prendono a danzare vorticanti sulle pareti dell’abitacolo, simili ad uno sciame di folletti impazziti.

L’Uomo pensa alla loro casa rimasta vuota, a quell’ultima notte passata senza Tappo, la Donna a dormire rannicchiata sul suo letto per non voler restar sola in camera sua, e tutto gli appare lontano, stranamente e dolorosamente lontano un tempo e una distanza infiniti.

5.2

“Su, Tappo, su!” pispiglia ormai da un pezzo, e con sempre maggior insistenza, la vocina che è nella testa di Tappo è chiaro fuori, non vedi? Tirati su! Forza! È ora di muoversi!”

Tappo socchiude un occhio, socchiude l’altro, solleva da terra il muso, che tiene mestamente abbandonato in mezzo alla paglia, e si dà una guardata attorno. Ahimè! Ciò che vede gli fa aprire la bocca, tenerla spalancata per un po’ a metà e richiuderla infine biascicando uno stridulo e lamentoso borbottio.

Lo sapeva sì, lui, che s’era fatto giorno. Eccome se lo sapeva. E, fuori, già da un pezzo ci sarebbe andato, se solo ne avesse avuto la forza. Ma ridotto com’era!… Manco di sbadigliare gli riusciva più, tanto gli dolevano denti e mascelle. Figurarsi alzarsi su in piedi e andar fuori!… E poi, lì dove si trovava, anche se non era proprio la stessa cosa che starsene sdraiato al calduccio sullo scendiletto in camera della Donna, lì, per lo meno, un tantino al riparo dal freddo c’era.

Ma: “Su, Tappo, su!” non gli dà tregua la vocina “Coraggio! Tirati su! Va fuori! Va, che è ora!”

Tappo nicchia. Ridà sconsolato una sbirciatina in giro, annusa in qua e in là, apre e richiude la bocca nel vano tentativo di riuscire una volta per tutte a spalancarla in uno sbadiglio degno di tale nome, ma per il resto se ne rimane lì dov’è.

“Vergogna, Tappo! Vergogna!” persevera intransigente la vocina “Alzati! Fatti forza! Va fuori!”

Ancora Tappo si dà un’occhiata intorno, ancora dà una fiutatina a destra e a manca, ancora bofonchia un guaito, ma alla vocina seguita a fare orecchi da mercante.

“Tappo!… È da un pezzo che si è fatto giorno!” attacca allora quella “Alzati, coraggio! Va fuori! Guarda che se arriva la Donna e non ti trova!…”

A Tappo pare abbiano dato la scossa. E che scossa! Tutto a un tratto, da sdraiato che si ritrovava su di un fianco, tanto fa e briga da riuscire a rigirarsi pancia sotto e ad accovacciarsi sulle quattro zampe. Da lì ad accucciarsi poi sulle due posteriori, e tirarsi infine su in piedi, per assecondare così, una volta per tutte, le pretese della vocina, il passo sarebbe dovuto esser breve. Già, ma dire che lui era tutto un dolore, da non riuscire quasi neppur più a muovere un muscolo, sarebbe stato ancora dir poco.

Ma la vocina, niente: “Forza, Tappo, forza!” lo incalza senza un briciolo di misericordia “Muoviti! Tirati su!”

Aiutandosi con la zampa sinistra, che delle due anteriori si mostra esser quella a ritrovarsi meno malconcia dell’altra, Tappo ci prova. Fra la schiena che ha a pezzi e la zampa che pare non ne voglia proprio sapere di far presa a terra e di sorreggerlo, ne ha da tribolare per far contenta la vocina, ma alla fine è su: incerto, tremante, dolorante, ma è su.

Povero Tappo. Fa pena vederlo conciato com’è. Sporco, infreddolito, le orecchie basse, gli occhi cisposi, il mozzicone di coda che sembra addirittura esser sparito. E quella zampa poi, la destra, che se ne sta lì, penzoloni, rattrappita come l’ala di un uccello ferito.

È ridotto al lumicino Tappo, non ce la fa proprio più, ma tanto fa e briga la vocina che lui finisce con l’arrivare a posare a terra anche l’ultima delle quattro zampe che manca all’appello. E quando poi quella, la vocina, non ancora soddisfatta, gli pispiglia di darsi una mossa e di uscire fuori, lui è ancora lì pronto ad ubbidirle, e senza manco fiatare. Ma, ahimè, non appena prova a fare un passo, neppure fa in tempo a sollevare di tanto così la zampa anteriore sinistra da terra, che la destra gli cede e lui cade a capofitto giù in mezzo alla paglia, lanciando un guaito di dolore.

Per qualche po’ la vocina tace, lascia a Tappo il tempo di riprender fiato e di leccarsi le ferite, ma non resta zitta per molto.

“Dai, Tappo!” ricomincia da lì a poco “Dai! Tirati su! Va fuori! Va a vedere se arriva la Donna! Va! Bada che se viene e non ti trova!…”

Dio solo sa per quale prodigio, ma con un balzo Tappo è in piedi. Pencola, tentenna, vacilla, ma resta su, e a stento, pian pianino, ora saltellando su tre zampe, ora zoppicando su quattro, si avvia verso l’apertura della cassa da imballo, dentro la quale ha passato la sua prima notte lontano da casa, e, a dar finalmente pace alla vocina, si trascina penosamente all’aperto.

È livido il cielo sul colle ed è gelida l’aria che vi soffia al mattino, ma a Tappo non sembra importare un gran che. Ha ben altro lui a cui badare che starsene rincantucciato nel suo covile tra la paglia. Ha da ubbidire alla vocina, lui. E così, a suon di balzi e saltelli, una volta fuori, arranca in direzione dello sgangherato cancelletto di rete metallica e assi inchiodate che fa da porta alla sua prigione, e una volta là, dopo essersi accucciato a terra esausto, là resta, il muso proteso in direzione della porticina, che a malapena si intravede al di là del cortile dove lo Sconosciuto lo ha portato, ad aspettare paziente che quella si apra e che sulla soglia vi compaia la Donna, venuta finalmente a riprenderlo per riportarlo a casa.

L’aveva ancora fissa negli occhi l’immagine di lei che si perdeva nella nebbia, giù per il sentiero che scendeva ripido verso la strada. E lui lì, con il cuore che gli martellava in petto, a vederla andar via senza poter far nulla, stretto come in una morsa tra le braccia di quell’estraneo, cui lei lo aveva affidato.

“Scappa, Tappo, scappa!” a sgolarsi la vocina, disperata “Scappa che la Donna se ne va! Scappa!”

Aveva sì cercato lui di liberarsi dalla presa dell’uomo per poterle correre dietro, ma, hai voglia!… Quello lo aveva abbrancato e lo teneva fermo manco se al posto di due, di mani ne avesse addirittura avute quattro! Già, e facendogli anche male, per giunta. E se poi, ad un certo punto, aveva smesso di dibattersi e se ne era rimasto zitto e buono, non era stato per paura od altro, ma solo perché la vocina aveva preso a pispigliargli in testa col dirgli che forse la Donna, a quello, lo aveva magari lasciato come capitava lo lasciasse a volte dal tabaccaio o alla signora dell’edicola, e che pertanto, da un momento all’altro, sarebbe di sicuro tornata a riprenderlo.

Illudendosi che fosse proprio così, che la vocina avesse colto nel segno, nonostante il cuore continuasse a battergli all’impazzata nel petto, tanto da mozzargli il respiro, Tappo aveva drizzato per bene le orecchie, fiducioso prima o poi di udire il ticchettio dei suoi passi, segno che la sua padrona, fatto ciò che doveva fare, si apprestava a far ritorno da lui.

Ma, ahimè, il rumore che tutto a un tratto gli era invece giunto portato dal vento, era stato un rumore terribile. Un rumore che lui conosceva bene e che gli aveva fatto rizzare il pelo sulla schiena e raggelare il sangue nelle vene. Era stato quello stesso, identico rumore che a casa, le rare volte in cui la Donna usciva in macchina senza portarselo con sé, lo vedeva zampettare a rifugiarsi imbronciato sulla sua brandina, ma che al suo rientro, poi, lo faceva volare felice nell’in­gresso ad accoglierla con una salva di abbai da far venir giù il soffitto.

Il rumore, che dalla strada, giù in fondo al sentiero, era salito sino a Tappo, su, sulla cima del colle, era stato quello prodotto dal colpo secco di una portiera d’auto che veniva sbattuta.

“La Donna se ne va!... La Donna se ne va!…” a  strillare la vocina fuori di sé “La Donna se ne va!…” E lui a scalciare, a ringhiare, a digrignare i denti, a contorcersi peggio di un serpente!…

“La Donna se ne va!... La Donna se ne va!…”

Atterrito, pesto, mezzo soffocato, con lo Sconosciuto che lo aveva preso per la collottola e che si era incamminato per portarlo via chissà dove, a quel punto, a Tappo non era rimasto altro a cui aggrapparsi se non al ronzare, ormai sempre più indistinto, che ancor gli giungeva del motore dell’auto di lei, ancora e sempre nella pia illusione di sentirlo farsi più vicino.

Infine, quando anche quell’ultimo barlume di speranza si era spento, Tappo aveva provato un dolore indicibile, un dolore così grande – e forse già conosciuto – da non riuscire a lanciare neppure un guaito.

Quando da lì a poco, lo Sconosciuto lo aveva condotto poi nel cortile insieme agli altri cani e rinchiuso nel suo recinto, Tappo si era andato ad accovacciare dietro lo sgangherato cancelletto che ne sbarrava l’uscita, e là era rimasto, tremante di freddo e di paura, il muso fisso sulla porticina dietro la quale il suo carceriere era poi sparito, ad aspettare che tornasse a riprenderlo per riconsegnarlo alla sua padrona.

Sino al calare della sera, Tappo era rimasto paziente in attesa, ma quando le ombre della notte erano scese fitte tra lui e la porticina, quasi che non una, e neppure cento, ma una miriade di vocine gli si fossero messe a pispigliare in testa tutte e quante insieme come impazzite, allora aveva preso a raspare, rosicchiare, mordere e strappare sino a che muso e zampe gli si erano messi a sanguinare e a dolere a tal punto da costringerlo a smettere. Solo allora, per non restare lì fuori a morire di freddo, si era andato a rincantucciare tra la paglia dentro la cassa da imballo dove, allo stremo delle forze, si era infine assopito.


IL GIORNO DELL’INTERVENTO    

6.1

Gli alti e imponenti padiglioni del grande ospedale dov’è ricoverato l’Uomo si stagliano giganteschi e tetri nel crepuscolo del mattino. Cade una pioggia sottile, insistente, fredda. 

Un ticchettare frettoloso di passi risuona nel silenzio e si perde lungo il viale deserto che dalla portineria, su su, sale verso i reparti in collina. Sono i passi della Donna. La sua figurina minuta, avvolta dall’oscurità, appare e scompare tra una pozzanghera e l’altra di luce che i radi lampioni, disseminati qua e là sulla via, spandono sull’asfalto bagnato.

Non sarebbero venuti a prendere l’Uomo se non per le otto, le aveva assicurato la caposala, ma lei, nel timore poi di far tardi, aveva lasciato la pensione dove alloggiava che era ancor buio, senza aver quasi dormito e sgattaiolando via come una ladra, terrorizzata al pensiero di potersi imbattere in qualcuno a cui dover poi dare tante spiegazioni. Come se, in luogo di starsene tranquillamente a letto a riposare, si fossero dati tutti appuntamento su per le scale a far la posta a lei.

Per nessun altra cosa al mondo si sarebbe avventurata in giro a quell’ora, da sola e in una città sconosciuta, ma per l’Uomo, a scongiurare che non gli dovesse accadere nulla di male, persino tra le fiamme dell’inferno si sarebbe gettata. Dei medici aveva sì fiducia, e tanta anche, ma, ahimè, pure a loro capitava di sbagliare. Sapeva lei se non era mai successo. 

Eccome se lo sapeva! Ma se riusciva nel suo intento, allora sì che poteva starsene tranquilla. Allora sì!

In portineria avevano chiuso un occhio, giusto perché era stata infermiera pure lei e poi perché era arrivata lì lì sul punto di mettersi a piangere, nel sentirsi dire che prima delle sette non era permesso entrare. Ma intanto, però, le avevano fatto perdere un sacco di minuti preziosi, con lei che di tempo da buttar via…

Neppure nel passar sotto al padiglione dell’Uomo, si era fermata un attimo. Aveva solamente rallentato un poco l’andatura, quel tanto necessario per levar su lo sguardo in cerca della finestra della sua camera, su, al terzo piano, ed era poi subito filata via, camminando ancor più in fretta di prima.

Che stretta al cuore aveva provato, e che agitazione che le era presa, nel vedere che la finestra era illuminata, nel dirsi che l’Uomo doveva di certo essere già sveglio e che era là, senza nessuno accanto, in attesa che lei arrivasse.

 

“Madonnina, fa che ti trovi! Ti prego, fa che ti trovi!…” mormora fra sé e sé la Donna.

Ha da qualche istante lasciato il lungo viale che stava percorrendo, per inoltrarsi in una stradina laterale, sterrata e irta di buche, la quale, una volta superato un breve spiazzo brullo, va a costeggiare un vicino boschetto: una sparuta macchia di pini marittimi, mezzo rinsecchiti, presso cui, arroccata su di un alto terrapieno, incombe la massa oscura e minacciosa di un vecchio padiglione in disuso. 

È buio pesto lassù. A fare un poco di luce non bastano certo due fioche lampade appese ad un cavo, ballonzolanti al vento e seminascoste fra i rami degli alberi. La Donna si guarda attorno smarrita, incerta. È di là che deve passare: proprio sotto il vecchio padiglione dalle porte sprangate. Arrivare in fondo alla stradina, voltare a sinistra e quindi scender giù… se ricordava bene.

Il gemito indistinto di una sirena si leva improvviso e lamentoso tra il frusciare monotono della pioggia. Si fa intenso, acuto, lacerante. Veloce, un’autoambulanza varca il cancello del grande ospedale e si dirige rapida verso il padiglione del pronto soccorso.

“Aveva Maria, piena di grazie, il Signore è con te…” prega la Donna.

Quante preghiere aveva mai recitato, a casa, la sera, nel prender sonno, durante i primi tempi in cui lavorava all’ospedale in città. Un’avemaria per la vecchina della “12”, che, seppur ottantenne, certe notti, la sentiva piangere e invocare la madre; un’al­tra, per la sposina della “7”, la quale, poverina lei, si portava addosso un male di quelli che non perdonano, e aveva una bimba di poco più d’un anno. Un’altra ancora…

Per mesi, aveva pregato. Mossa a compassione ora per questa, ora per quella delle sue pazienti più sfortunate. Lo aveva fatto sino a che non si era resa conto che il male era forte, molto più forte di lei, e che l’avrebbe ben presto piegata, distrutta, annientata, se solo avesse continuato ad affrontarlo col darsi anima e corpo alla sua professione. Aveva pregato sino a quando si era illusa che da qualche parte, chissà, qualcuno potesse dar ascolto alle sue preghiere. Infine aveva smesso, e aveva fatto sì che l’interminabile processione di dolori e sofferenze, che le si parava dinanzi ogniqualvolta prendeva servizio in reparto, le sfilasse davanti agli occhi, senza più penetrarle nel cuore.

A oriente, sul mare, il cielo si va via via schiarendo sempre più.

“…Santa Maria, madre di Dio…” seguita a pregare tra sé e sé la Donna. E intanto, spaurita, esitante, china sotto la pioggia, si avvia ad affrontare le minacciose insidie del vecchio padiglione abbandonato.

 

6.2

Un’infermiera entra all’improvviso nella stanza, spalancando di colpo la porta, accompagnata da un’esplosione di voci e rumori provenienti dal corridoio. Va di fretta. Ha in mano una siringa e fra le dita stringe un batuffolo di cotone impregnato di disinfettante.

- Buongiorno! — saluta gaiamente, nell’avvicinarsi al carrello su cui è steso l’Uomo - Mi spiace per lei, ma sono la sua prima cattiva della giornata. - aggiunge quindi, facendo spallucce a chiedere scusa, nello scoprirlo su di un fianco.

È una brunetta. Sulla trentina. Carina, ben truccata, dinamica, sicura di sé. Indossa la divisa verde degli addetti alla sala operatoria.   

- Visto che bel tempaccio che abbiamo, stamattina? - commenta poi, nel dare un’occhiata fuori dalla finestra, terminato che ha di fare l’iniezione, di cui si è presentata armata - 

E io che…

L’Uomo ha d’un tratto preso a tremare, appena appena, ma alla giovane non sfugge.

- Stia lì che arrivo… — fa subito, e, lesta, sparisce via per tornare da lì a poco portando con sé una coperta che, una volta piegata in due, s’affretta a stendergliela addosso.

- Va meglio ora, vero? — si assicura infine, tutta premurosa.

a mo’ di ringraziamento, nell’annuire facendo più volte cenno di sì con il capo, l’Uomo le rivolge un pallido sorriso. Di rimando, nell’intento di fargli animo, lei gli carezza affettuosamente una spalla.

- Andrà tutto bene, vedrà! Non ci crede? Glielo dico io. Io porto fortuna, sa? Chieda in giro… - scherza, e poi ancora, professionale: - L’iniezione che le ho fatto è un sedativo. Veda di dormire un pochino, se le riesce… D’accordo?… Vado, il dovere mi chiama… In bocca al lupo!… E cerchi di stare tranquillo.

E com’era arrivata, dopo essersi ripresa siringa e batuffolo di cotone, posati in precedenza sul comodino, la brunetta se ne scappa via di corsa, spegnendo la luce e richiudendo con cura la porta alle sue spalle.

La stanza piomba nel buio e nel silenzio. Un clic dell’interruttore, un giro di maniglia, e l’Uomo, da protagonista che per un attimo si era sentito di uno di quei coloratissimi telefilm a lieto fine, ambientati in rassicuranti supercliniche ultramoderne, equipaggiate di brillanti medici e avvenenti infermiere, si ritrova, ahimè, nuovamente nei panni di se stesso, patetico e deprimente eroe di un vecchio film in bianco e nero, sbiadito e pieno di tagli.

Ci si era preparato all’intervento. Ci si era preparato facendo appello a tutte le sue risorse. Imponendosi di far fronte a quell’ultima difficile sfida che ancora gli veniva lanciata, con fermezza e coraggio. Più che mai persuaso che, da grande, al nemico di una volta, avrebbe saputo dar ora del filo da torcere, far vedere lui di non esser più pane per i suoi denti. Ma le paure d’un tempo, popolate da freddi aghi acuminati, da pesanti e dolorose ingessature, da medicazioni e punti da togliere, alle prime avvisaglie dello scontro, si erano ripresentate puntuali in campo, mandando in frantumi il fragile baluardo di fermi proponimenti nel quale si era illuso di potersi ritenere al sicuro.

Si era addormentato tardi la notte, stremato dal sonno. Raggomitolato nel letto come allora, da bambino, la vigilia di ogni intervento. La testa nascosta sotto le coperte. Rannicchiato nella tana come un animale ferito, braccato, a contare ad una ad una, come tante monete preziose, le poche ore di tregua che ancora lo separavano dal mattino.

Il tempo scorre via lento. Gli occhi sbarrati, fissi contro il grigio del soffitto, l’Uomo boccheggia, respira a fatica, ghermito dalla mano gelida dell’angoscia, che subdola e impietosa gli serra petto e gola con la presa delle sue lunghe dita adunche, viscide come pelle di serpente.

Perché la Donna non arrivava?!…

Era ancor notte, quando due infermieri erano venuti a prepararlo per la sala operatoria. Lo avevano spogliato, rasato, lavato, disinfettato ed infilato infine dentro ad un ruvido camicione di tela verde, allacciato sul dorso; e, mezzo assonnati che erano, discutendo fra loro di caccia quasi che lui neppure ci fosse stato, a compimento dell’opera, lo avevano sollevato di peso dal letto e sbattuto sul carrello dove si trovava, lasciandolo poi lì, a malapena coperto da un lenzuolo. 

Gli avevano tolto tutto. Il pigiama nuovo, l’orologio da polso del padre… Persino la catenina che portava al collo, con su appeso il cuoricino d’oro che gli aveva regalato la Donna, gli avevano tolto. Solo i calzini gli avevano lasciato… I calzini bianchi, e basta…

Perché la Donna non arrivava?!…

 

6.3

“Madonnina, fa che ti trovi! Ti prego, Madonnina… Ti prego!…”

La Donna si è smarrita. Da una mezzora e più vaga qua e là senza meta attraverso un dedalo intricato di vialetti e ripide scalette, invasi da una selva di alte siepi incolte. I resti di ciò che un tempo doveva esser stato un vasto e ordinato giardino a terrazze, ma che giace ora nel più completo abbandono.

“Fa che ti trovi, Madonnina!… Ti prego!… Fa che ti trovi!…”

L’orologio della chiesina, che sorge tra le mura del grande ospedale, batte le sette. Sa bene la Donna che ora è, eccome se lo sa, ma lo stesso conta i rintocchi, a uno a uno, con la mente: “Uno… due… tre…” e intanto pensa all’Uomo, all’Uomo che, meschino lui, è là, solo soletto, che la sta aspettando.

“Corri! Corri da lui!” le pispiglia allora una vocina in testa, tale e quale che a Tappo “Lascia perdere la Madonnina! Va, corri da lui! Va dall’Uomo! Va, prima che lo vengano a prendere e lo portino via! Va!…”

Alla vocina, la Donna sembra essere lì lì quasi sul punto di dare ascolto, solo che a lei, ahimè, di vocine in testa non ne pispiglia una sola.

“Cerca! Cerca ancora! Non darti per vinta! Cerca la Madonnina! Cercala! Guai a te se non la trovi!” salta subito fuori a dir la sua, l’altra. Che fra le due, e di gran lunga, pare esser quella ad aver più voce in capitolo. Tant’è vero che l’orologio della chiesina neppure fa in tempo a battere il settimo rintocco, che già lei si è nuovamente persa nell’intricato labirinto del vecchio giardino, incurante della pioggia che cade e del tempo che passa.

“Ti prego, Madonnina, ti prego!…”

   

6.4

Il carrello su cui è steso l’Uomo, da accanto il letto dove si trovava, è ora davanti alla finestra della camera. C’è l’ha spinto lui, l’Uomo. A forza di braccia. Appigliandosi un po’ qui e un po’ là con le mani. Al comodino, alla spalliera di una sedia, al tavolino che è nella stanza, allo spigolo di una parete… È una tecnica che conosce bene, che ha imparato da bambino, tanti anni prima, durante i lunghi ricoveri trascorsi in ospedale. Se solo lo avessero lasciato fare, a quei tempi, sarebbe stato capace di girarci in lungo e in largo un intero reparto, su di un carrello. E non solo. In fisioterapia, un mattino che lo avevano parcheggiato in corridoio, in attesa di portarlo poi a fare i massaggi, era riuscito ad arrivare sino all’ascensore, a infilarcisi dentro e a scender giù sino a piano terra.

La tentazione di aprire la finestra è grande. Già l’Uomo lo ha fatto, una volta. Ma giusto il tempo di socchiudere un attimo i vetri e richiuderli poi subito. E questo dopo esser stato lì a trafficare con la maniglia per un bel po’. Dapprima per tentare se gli riusciva a farla girare, quindi, visto che ce la faceva, col continuare a rigirarla avanti e indietro per un’infinità di volte.

Non è per via di un malanno che potrebbe buscarsi, che l’Uomo si trattiene dall’aprire. Ha la pelle dura lui! Un poco d’aria fresca non pensa certo possa fargli male. No. La ragione è un’altra. È la paura d’esser colto in flagrante, a fermarlo. È il timore che qualcuno, un medico, un infermiere, la suora, possa sorprenderlo con le mani nel sacco e rimproverarlo. Eh, già. Poco gli importerebbe di passare per un irresponsabile, ma correre il rischio d’essere sgridato, quello sì che lo spaventa!

Ma, gira che ti rigira, va a finir poi che l’uomo – quello che è nell’Uomo – dice al bambino – che pure lui è nell’Uomo – che per loro, chissà, non ci sarebbe stata forse mai più un’altra finestra da aprire su di un mattino di pioggia come quello, su, al terzo piano di un padiglione di un grande ospedale, da cui forse si doveva riuscire a vedere pure il mare. Al che il bambino – sempre quello che è nell’Uomo – si fa animo, vince la paura e spalanca la finestra.

L’aria che invade la stanza è gonfia di pioggia, odora di vento, di salsedine, grida di vita. L’Uomo ne inspira una lunga boccata con avidità, come fosse il fumo di una sigarette. È umida e fredda quell’aria, ma… Dio!… gli brucia dentro come un fuoco.

L’Uomo si fa irrequieto. Non gli riesce più di star fermo. Si agita. Si scopre. Vuol tirarsi su, sollevarsi sui gomiti. Per veder meglio fuori. Ci prova, ci riprova. Prima gli cede un braccio. Poi l’altro. Ma tanto briga e si arrabatta che alla fine ce la fa e… Gesù!... subito il suo sguardo vola via. Via! Libero come un uccello.

Vola via lo sguardo dell’Uomo, vola via curioso, stupito, dapprima con gli occhi del bambino che è in lui. Sale a scalare le buie pendici degli alti monti a ridosso della costa, va a frugarne gli anfratti segreti, a cercarne, su su, le cime brulle nascoste fra le nuvole basse.

Vola via lo sguardo dell’Uomo. Vola via ora malinconico e pensieroso, con gli occhi dell’uomo, che è in lui. Si perde a vagare assorto per il cielo, a scrutarne a lungo il silenzio, a sfidarne l’abbagliante grigiore, per andarsi a soffermare poi, con infinita tristezza, sulle fredde e imperturbabili facciate degli austeri padiglioni che gli si parano dinanzi, a immaginare altri sguardi dietro ad altre finestre.

Vola via lo sguardo dell’Uomo. Vola via infine disperato. Ora con gli occhi del bambino e dell’uomo che sono in lui, insieme. Vola via. Via! Oltre i confini del grande ospedale, oltre i tetti delle case al di là della strada, oltre la sottile striscia di mare che si staglia scura all’orizzonte…

Dio, poter essere lontano!…

Dabbasso, lungo il viale sottostante, sopraggiunge intanto un grosso autocarro adibito alla raccolta dei rifiuti. L’Uomo non arriva a vederlo, ma ne sente lo sferragliare. Svelto, senza perder tempo, si stende allora sul carrello, si volta su di un fianco e si va ad afferrare con una mano al davanzale della finestra, in modo così, bene o male, da riuscire a sporgersi fuori e poter guardar giù.

L’autocarro procede lentamente, si ferma. Uno dei due addetti che vi sono aggrappati dietro, protetti dalla pioggia da cerate scure, balza a terra con un salto, prende su dal marciapiede un contenitore pieno di cartacce, lo svuota nel cassone e, lanciando un grido all’autista che subito riparte, risale spedito sull’automezzo.

Il camion rosso… Quante volte lo aveva sognato da bambino. Lui che guariva e il padre che comprava un camion nuovo, tutto rosso. Dapprincipio, sino a che lui era piccolo, sarebbero andati via insieme, lui e papà: in modo così da conoscere bene le strade che avrebbe poi dovuto fare. Ma dopo, una volta che fosse cresciuto e che avesse imparato a guidare, allora sarebbe andato via lui da solo. Così il babbo avrebbe potuto restarsene a casa con la mamma, a riposare tranquillo, senza doversi alzar più alle quattro, com’era costretto a fare ogni mattina.

Via! Via! Via! Mettere in moto e partire! Le mani salde sul volante! Andare lontano! Vedere altre città, incontrare gente nuova! Faticare, sudare, mangiare in trattoria, dormire sul camion! Avere muscoli forti, ossa robuste!

E invece… la testa sotto il cuscino, infilava a volte, le mattine in cui si svegliava, per non dover sentire i colpi di tosse del padre, quando si tirava su da letto per recarsi al lavoro.

 

Il camion rosso… L’Uomo si passa il dorso di una mano sulle labbra aride, riarse dal sedativo. Socchiude gli occhi, si guarda attorno.

Dov’era la Donna?… Come mai non era ancora arrivata?… Perché tardava tanto?…

Aveva la gola secca, lui… Aveva bisogno di bere un sorso d’acqua… Anche solo da tenere in bocca, senza mandarlo giù…

Perché la Donna non era lì?!…

L’Uomo richiude gli occhi.

Stupido che era… Già… proprio stupido… Bastava solo che sporgesse una mano fuori dalla finestra… Raccogliere qualche goccia di pioggia e… Perché aspettava tanto a farlo?… Perché?… Ah, sì… La finestra… La finestra era chiusa… Eh, già… L’aveva chiusa lui… prima…

L’avesse mai saputo il professore, che aveva starnutito… A casa, sarebbe stato anche capace di mandarlo… Oh, sì… E chissà quando lo avrebbe operato poi…

A casa…

Gesù!.... Un sorso di tè alla pesca… bello tiepido…

 

6.5

C’è quiete nel vecchio giardino a terrazze. Una quiete inerte, greve, che il frusciare monotono della pioggia, frammisto al gridare stridulo dei gabbiani, portato dal vento, vela di una malinconia struggente, dolorosa. La Donna è ritta in piedi a metà di una ripida scaletta di pietra, incerta se salire o scendere: se correre dall’Uomo o cercare ancora la Madonnina. Si sono zittite entrambe le vocine che le pispigliavano in testa, così ora non sa più che fare.

Sta lì, sotto la pioggia, il capo chino, lo sguardo perso nel vuoto, a chiedersi che cosa sarebbe mai potuto accadere se allora, anziché smettere, avesse continuato a pregare. Chissà che prima o poi la Madonna non l’avesse ascoltata e fatto guarire davvero qualcuna delle sue donne all’ospedale. E se così fosse stato, chissà che allora non avesse potuto compiere qualche altro miracolo ancora, come far sì che a lei non fosse mai dovuta toccare la terribile sventura di perdere l’affetto dei propri figli.

Se avesse continuato a pregare… Ma lei aveva smesso. Così aveva perso tutto. E adesso… Adesso, chissà…

Si è fatto improvvisamente duro, d’un tratto, ora lo sguardo della Donna. Freddo e cattivo, segnato da quella stessa, identica ombra opaca che appare a volte in quello dell’Uomo. 

E come non di rado capita a lui, a vederla almeno dal cipiglio che mostra, la si direbbe lei pure alle prese con Dio. Con il suo, di Dio. A cui sta forse ora dicendo cose terribili. A cui sta forse ora giurando che se mai Lui avesse dovuto far morire l’Uomo, lei lo avrebbe odiato con tutte le sue forse. E in più, per fargli dispetto, avrebbe ripreso a condurre la vita randagia e sregolata di prima d’incontrarlo. E magari anche peggio. E che sarebbe andata avanti così sino a dannarsi e a morire dannata.

La Madonnina, di cui tanto disperatamente andava in cerca, una statuina di gesso tutta scheggiata e mezzo scolorita, la Donna l’aveva scoperta per caso il giorno prima, durante il pomeriggio, in attesa si facesse l’ora di visita in reparto. Con la voglia che aveva di parlare, per evitare di star lì, in sala d’aspetto, a dover dar retta a questo o a quella, s’era decisa a far quattro passi. Per distrarsi un poco. Per cercare di scacciar via i brutti pensieri che le affollavano la mente. Era così salita a vagabondare tra i padiglioni in collina, su su in alto, dove si trovava la parte vecchia del grande ospedale, un tempo un rinomato sanatorio.

La statuina della Madonna, che così affannosamente anelava ritrovare, era posta dentro ad una piccola grotta, non più che una nicchia ricavata in un muretto di sostegno, ma con tanto di rocce che sembravano vere e una fontanella in miniatura da cui sgorgava un rivolo d’acqua che andava a formar poi un minuscolo laghetto fra i sassi del fondo.

A colpire la fantasia della Donna erano state le povere ed insolite cose che aveva trovato deposte ai piedi della Vergine: un mazzolino di fiori appassiti, infilato dentro ad una bottiglietta di vetro per bibita, e tre cioccolatini fasciati in carta stagnola colorata. Due rossi e uno blu.

- Ha visto che vergogna?! Ha visto?! È tutto in abbandono qui… Tutto!... Eh, povera Madonnina!…

A parlare era stata una suora. Una donnina senza età, minuta e pallida, che tutto a un tratto era comparsa alle spalle della Donna, silenziosa e improvvisa come un’apparizione.

- Sapesse quanti miracoli ha fatto... e quanti ne continua a fare! — aveva seguitato a dire la suorina - Eppure… Guardi… Guardi qua! I giardinieri qui non si fanno mai vedere. Mai!… - e se ne era andata via brontolando e scuotendo la testa.

Il primo impulso della Donna, alla suorina, era stato quello di correr dietro per  pregarla di restare a parlare un poco con lei. E per chiederle ulteriori notizie sulla Madonnina e per farsi raccontare, per filo e per segno, tutte le grazie che aveva fatto. Ma, visto poi che quella era sparita, e che ciò che da lei aveva appreso, già le bastava, dopo aver benedetto il cielo d’averla spinta a salire fin lassù, si era subito data un gran daffare a ripulire per bene la grotta dalle foglie secche che il vento vi aveva portato dentro e a liberarla da qualche ciuffo d’erbaccia che vi era cresciuto attorno. E intanto che trafficava e si perdeva a fantasticare su chi mai potesse esser stato a deporre ai piedi della statuina il mazzolino di fiori con i tre cioccolatini, si andava via via infervorando sempre più nel seguire un certo pensiero che le era sorto in testa.

Che corsa che aveva fatto poi, la sera, per trovare un fioraio aperto. Ma ne era valsa la pena. Rose come quelle che aveva comprato da portare alla Madonnina, mica era tanto facile trovarne di così belle. Sette rose rosse aveva preso. Sette stupende rose rosse da donare alla Madonnina perché proteggesse l’Uomo, affinché facesse sì che non gli potesse accadere nulla di male.

Sette rose rosse… Sette. Una per ogni anno che contava quando un lungo treno, che pareva non doversi fermar più, l’aveva strappata via da una bambola di pezza per portarla lontano, dalla miseria alla miseria, in una terra sconosciuta, fredda e indifferente, spesso anche crudele.

Lo scherno dello compagne di scuola per i vestiti che indossava, per le parole che diceva. Commessa in una latteria, lavorante da una camiciaia, e infine a servizio in città. La signora che la chiamava “la mia bambina”. I bei modi. Una casa bella, elegante. Una cameretta tutta sua. Un libro sul comodino, da leggerne qualche pagina ogni sera. Le vetrine illuminate dei negozi del centro. La domenica pomeriggio al cinema con le amiche. Il primo rossetto. I primi batticuori…

Poi il cascinale. Sperduto fra le colline. D’inverno il gelo. D’estate le mosche, l’odore del letame. Un matrimonio deciso dagli altri. La cucina, la stalla, il letto. Sul viso il respiro di un uomo che non aveva neppure ancora imparato a conoscere. Buono, ma con radici diverse dalle sue. Da lei, che per tutti, in paese, era la “forestiera”.

Poi i figli. La speranza che qualcosa cambiasse. Primavera dopo primavera. Invano. Il mondo raccontato da una radiolina a pile, ascoltata di nascosto. E infine la ribellione, la fuga. 

Il lavoro in ospedale. I tradimenti. Le menzogne. La separazione. L’abbandono dei figli. La solitudine. Il rimorso. Il vuoto.

Questo ed altro, la Donna avrebbe voluto raccontare alla Madonnina, se solo le fosse riuscito di trovarla. Poi le avrebbe deposto ai piedi le sette rose rosse che le aveva comprato, e se ne sarebbe andata via contenta, certa che all’Uomo non sarebbe potuto capitare nulla di male, e con la speranza, chissà, di venir forse anche assolta da ogni sua colpa.

   

6.6

Qualcuno fa capolino nella stanza, aprendo e richiudendo in malo modo la porta. L’Uomo si sveglia di soprassalto. Si guarda attorno confuso, meravigliato.

Dov’era la mamma?… Strano che non fosse ancora lì… Non era mai successo che tardasse così tanto… mai una volta…

La mamma… Viaggiava tutta notte per poter essere in ospedale da lui la mattina presto. Arrivava che gli altri bambini, in corsia, se la dormivano ancora della grossa. Che sospirone di sollievo che mandava lui, nel sentir risuonare nel silenzio il ticchettio dei suoi passi in corridoio.

Com’era bella la mamma. Alta, elegante, con quel suo buon profumo di cipria. Quella mamma che gli era sempre accanto, che gli aveva raccontato tante storie, che gli aveva insegnato a leggere e a scrivere, ma che stava sempre seria, che non sorrideva mai.

Per prima cosa, una volta sistemate borsa e valigia dentro il suo armadietto, la mamma gli lavava mani e viso con spugna e sapone; gli cambiava il pigiama, lo pettinava, profumava e, se restava poi ancora un po’ di tempo, gli dava da sfogliare qualcuno dei fumetti che gli aveva portato da leggere. E quando arrivava infine il momento di andare, e si presentava l’infermiera per accompagnarlo al piano di sotto, dov’era la sala operatoria, in ascensore con loro, scendeva giù pure lei, la mamma. Che restava poi a tenergli compagnia nella stanzetta d’attesa sino a quando non lo venivano a prendere per portarlo via.

Si faceva pallida allora la mamma e le venivano gli occhi lucidi. Così lui, per farle coraggio, seppure con la tremarella addosso e già mezzo addormentato che era: - Ciao, ma’. - le diceva ogni volta - Ci vediamo dopo. Sta tranquilla. - e la salutava agitando le mani con l’indice e il medio aperti ad indicare una “V”.

Ancora qualcuno fa sbattere la porta della stanza. La spalanca di colpo. Sono due infermieri. Entrano dentro ridendo, scherzando fra loro.

Uno da una parte, uno dall’altra, i due afferrano il carrello su cui giace l’Uomo e lo spingono fuori dalla camera. L’Uomo vorrebbe trattenerli, dir loro qualcosa. Chieder loro della mamma… della Donna… Saper perché non erano lì, perché non erano ancora arrivate. Apre ben l’Uomo la bocca per farlo, ma dalla gola non gli esce che un rantolo. Disperato, cerca allora di tirare fuori le braccia da sotto le coperte per spiegarsi a cenni, per cercare in un modo o nell’altro di farsi capire. Uno dei due infermieri gli grida allora di star buono, di non agitarsi. Ma lui non la smette, continua a muoversi, ad annaspare. Così quello è costretto a doverlo tener fermo con le cattive.

Il soffitto del corridoio scorre via veloce. Avvilito, frastornato, la mano forte dell’infermiere che gli preme le braccia sul petto, l’Uomo abbandona esausto la testa sul cuscino e chiude gli occhi.

 

Grondante di pioggia, il mazzo con le sette rose rosse strette penzoloni in una mano, la Donna è ritta in piedi di fronte al padiglione dov’è ricoverato l’Uomo. Prima di entrare, alza su lo sguardo a cercare la finestra della sua camera, quindi, a capo chino, si avvia a passi lenti verso l’ingresso.

   

6.7

Anche quel mattino, al pari di tutti gli altri, dacché era finito dov’era finito, a dar la sveglia a Tappo, alle prime luci dell’alba, era stato Orso, il vecchio Alano cieco, che, solerte come un gallo, era solito salutare il levar del sole con una nutrita salva dei suoi possenti latrati. Pur non essendo ormai più da tempo in grado di percepirne la luce, del sole Orso aveva imparato ad apprezzarne come non altri la tiepida carezza, dono che, in aggiunta a un covile per la notte e a una ciotola di zuppa calda, restava per lui una delle poche cose buone che nella sua buia e misera esistenza dalla vita poteva ancora ricevere. Così, estate o inverno che fosse, a ciel sereno o coperto di nuvole, solo Madre Natura sapeva come, Orso si presentava puntuale ogni mattina a dare il benvenuto al suo silenzioso benefattore, accogliendolo con il canto dei suoi insoliti “chicchirichì”.

All’abbaiare del vecchio Alano, Tappo aveva semiaperto un occhio, sbadigliato, barbugliato qualcosa, per poi, dopo aver atteso con pazienza che la molla della sveglia di Orso si fosse finalmente scaricata, affrettarsi a rituffare il muso tra la paglia, spinto dal solo, unico desiderio di poter riprender sonno nel più breve tempo possibile.

Era ancora presto per uscire. Troppo presto. Sarebbe andato in vedetta più tardi, quando fuori avrebbe fatto un pochino meno freddo. E poi, al momento, aveva ben altro a cui pensare: doveva cercare di rientrare in un sogno, nel sogno meraviglioso dal quale i latrati di Orso lo avevano improvvisamente strappato via.

“Dai, Chicco, corri a svegliare papà che la colazione è pronta.” gli stava dicendo, nel sogno, la Donna dal cucinino. E lui, che se ne stava lì, accucciato sotto il tavolo del soggiorno, in attesa solo di ricevere quell’invito, era filato come un fulmine nella camera dell’Uomo e, oplà, gli era salito con un balzo sul letto.

Ne aveva a volte da leccarne di orecchie e di lenzuola da spiegazzare, prima che il suo padrone si decidesse a svegliarsi. E che lotte che ci scappavano poi! Con l’Uomo che, per rivalsa, una volta che si era finalmente tirato su a sedere, si divertiva un mondo a stropicciarlo tutto e a volerlo rivoltare a zampe all’aria.

Ma che bello poi, quando arrivava la Donna e si presentava sulla porta con il vassoio della colazione fra le mani, e: “Buongiorno… Abbiamo dormito bene?” salutava nell’entrare nella stanza. Al che lui, che già aveva l’acquolina in bocca, si andava a piazzare tutto compito in prima fila ai piedi del letto, in attesa di ricevere la sua quotidiana razione di biscotti inzuppati nel tè: una vera sciccheria!

 

Piove sul colle. Anche lassù cade una pioggia fine, gelida, insistente. Orso sonnecchia sconsolato nella sua cuccia. Per quel giorno, il suo amico sole non si sarebbe presentato a riscaldargli le ossa intirizzite dal freddo della notte.

Puntato in direzione della porticina al di là del cortile, il muso di Tappo fa capolino dall’imboccatura della cassa da imballo che lo ospita. Pioggia o non pioggia, chi aspettava lui sarebbe invece potuto arrivare con qualsiasi tempo e in qualsiasi momento, pure quel mattino.

 

6.8

Le lancette dell’orologio elettrico, appeso al centro del soffitto lungo il corridoio, segnano le due e dieci. La Donna è ritta in piedi sulla porta della camera in attesa che l’Uomo esca dalla sala operatoria. Se ne sta lì, appoggiata allo stipite, pallida e intirizzita, stretta dentro ad un pesante cardigan color carta da zucchero, che, nonostante dia l’impressione di volercela metter tutta, pare non riesca affatto a strapparle il freddo di dosso.

In corridoio passa un medico… passa un infermiere… ne passa un altro… Ma lei non chiede più niente a nessuno. Conosce già le risposte: “Guardi che non è il caso di stare in pensiero, vedrà che… Deve considerare che interventi di questo genere… Si metta tranquilla, che non appena…”

Le lancette dell’orologio in corridoio segnano le tre meno venti. La Donna, che da qualche po’ appare essersi fatta stranamente meditabonda, entra tutto a un tratto all’interno della camera, per chiuderne poi, con fare furtivo, subito la porta.

Nella stanza, sul giallino sbiadito delle pareti, spicca in un angolo la macchia rossa delle sette rose, sistemate alla bell’e meglio dentro ad una bottiglia di plastica per acqua minerale, tagliata a tre quarti e posta sul tavolino. Più di una volta le è stato detto di toglierle via di là, ma lei ha sempre fatto finta di niente. Avrebbe tanto voluto poterle mostrare all’Uomo. 

Che fastidio avrebbero mai potuto dargli, se con la pioggia avevano ormai perso quasi completamente il loro profumo! E poi, a vedersele lì davanti, le rose, la facevano sentir meno sola.

Ma, ahimè, nella mente messa a dura prova della Donna, attanagliata, via via che il tempo passava, da sempre più cupi presagi, doveva essersi andato ad insinuare uno strano sospetto. 

Il dubbio, chissà, che a far tardare di così tanto l’uscita dell’Uomo dalla sala operatoria, centrassero proprio loro, le rose: le sette rose rosse che non era riuscita a portare alla Madonnina. Pensieri strampalati, assurdi, ma che intanto la spingono ad avvicinarsi risoluta al tavolino, a prender su fiori e bottiglia e a trasportarli in tutta fretta sul davanzale esterno della finestra; dietro la quale, una volta richiuso i vetri, assorta in chissà quali pensieri, rimane a guardar fuori la pioggia che cade.

Lo aspettava così l’Uomo, i pomeriggi in cui era di turno e lui andava a trovarla, a farle la corte: dietro la finestra della sala medica. L’appuntamento era per le cinque. L’ora in cui più o meno la suora, in attesa di risalir poi in reparto per dispensare la cena, era solita scendere in cappella per le preghiere della sera.

Puntuale come un orologio, lui arrivava tutto baldanzoso a bordo della sua sedia e, una volta entrato nel cortile dell’ospedale, si andava a piazzare bene in vista sotto il balcone della sua bella. Al che lei, non appena la via era libera, gli faceva svelta svelta cenno di andar su, per correr poi ad aspettarlo davanti alla porta dell’ascensore, felice come una ragazzina.

Se era di domenica o un qualche altro giorno di festa, il più delle volte lui si presentava con la pizza o il gelato, o con entrambi, che poi, se il reparto era tranquillo, si andavano a mangiare insieme rifugiati in cucina. Di tempo per star lì a guardarsi negli occhi e a dirsi qualche parolina dolce, non è per lo più che ne avessero un gran che, giusto giusto quello che ci scappava fra il trillare di un campanello e l’altro, ma era successo poi che una sera, in cui lei era riuscita ad accompagnarlo giù a piano terra, si erano dati un bacio in ascensore.

Era come un gioco, per le infermiere, un innocente diversivo al non certo spensierato compito che quotidianamente le attendeva, quello di segnalarsi l’una l’altra la presenza in reparto di questo o quel parente, o ricoverato, ritenuto… degno di attenzione. Era capitato così che un pomeriggio, nel passarle le consegne, una collega che smontava di turno, aveva invitato la Donna, ammiccando con fare misterioso, ad andare, non appena lo potesse, a dare un’occhiata in una certa tal cameretta. Intrigata, una volta sbrigate le faccende più urgenti e risposto a qualche campanello, lei si era data una bella sistematina alla cuffietta in testa, si era passata un velo di rossetto sulle labbra ed era corsa a bussare alla “11” – quello era il numero della stanza – curiosa di scoprire chi mai di così tanto speciale vi ci si potesse nascondere.

Quando la sera, nello smontar di servizio, si era poi rivista con la collega del mattino, avevano riso insieme sul fatto che di… interessante, alla “11”, ci fosse stato lui, l’Uomo, seduto sulla sua sedia, ricoverato in ospedale per sottoporsi a certe cure di cui necessitava. Ma nei giorni a seguire, la Donna si era più volte trattenuta a far due chiacchiere con lui, non solo attratta dai suoi modi gentili e dalla dolcezza del suo sguardo, ma colpita soprattutto dal profondo rispetto con cui la trattava, sino ad arrivare una notte a confidargli cose che mai e poi mai avrebbe pensato di poter rivelare a qualcuno.

 

                                                    Cade la pioggia

                                                    ma non è malinconia.

                                                    Il vento,

                                                    a poco a poco,

                                                    ruba dalle mie labbra

                                                    il tuo ultimo bacio,

                                                    ma non può rubare

                                                    il mio amore per te…

 

Recitavano così i versi di una poesia che lui le aveva scritto.

 

Quando un’infermiera si era affacciata sulla porta della camera per avvisarla che da lì a poco l’Uomo sarebbe uscito dalla sala operatoria, la Donna si vedeva ora davanti a un’altra finestra ancora. Ad una bassa e stretta finestra dai vetri opachi e dall’intelaiatura di legno mezzo sgangherata, alla quale correva svelta ad affacciarsi ogniqualvolta le giungeva dal di fuori un improvviso starnazzare di polli, l’abbaiare brusco di un cane o lo strillare acuto di un bambino, e si domandava perché mai il destino non avesse fatto di lei una buona madre, una mamma brutta e grassa come ne conosceva tante.


CIRCA TRE SETTIMANE DOPO

7.1

       Sta calando la sera sul colle. Ben piantato sulle quattro zampe, il naso tuffato nel vento, Tappo è ritto in piedi sul ciglio di una ripida scarpata, sul limitare dello spiazzo brullo su cui si ergono le rovine della vecchia badia abbandonata, il rifugio che lo Sconosciuto si è trovato per viverci con i suoi cani. Con i suoi e con quelli che di volta in volta gli vengono affidati affinché se ne prenda cura.

È freddo il vento che tira lassù. Gelido. Sa già d’inverno. E soffia con una tal forza che a Tappo certe raffiche arrivano persino ad arruffare il pelo corto che ha. Ma lui manco pare sentirlo, tanto è preso a scrutare un punto lontano, laggiù, tra le colline, nella direzione in cui il sole si va a poco a poco tingendo di rosso.

Se da principio, da che si era ritrovato dove si era ritrovato, era sì e no riuscito a mandar giù giusto giusto quel tanto necessario per non morire di fame, da un po’ di tempo a quella parte si era messo a ripulire così bene la sua ciotola di zuppa, che a volerla lavare non sarebbe servito ad altro che a sprecare dell’acqua. E questo a partire dal giorno in cui lo Sconosciuto se lo era portato fuori con sé, in giro con gli altri cani.

Il cuore in gola era balzato a Tappo, quando quello, dopo averlo preso su da terra e tirato via dal recinto dove lo teneva rinchiuso, con lui in braccio, si era incamminato alla volta della porticina al di là del cortile. Matto, pareva essere diventato! Convinto che si fosse finalmente presentata la Donna a riprenderlo per riportarselo a casa, a tal punto si era messo a smaniare da buscarsi, per metter testa a partito, più di una sonora patta sul sedere.

Il fatto poi che, una volta aperta, dietro la porticina non ci fosse stato nessuno, tanto meno la sua padrona, ahimè!… la botta era stata per lui così tremenda da farlo star male. 

E parecchio pure! Tanto è vero che quando lo Scono­sciuto lo aveva poi messo a terra, perché se la gironzolasse lì attorno insieme agli altri cani, lui, che a malapena riusciva a reggersi su, gli era rimasto per tutto il tempo appiccicato ai pantaloni. Ai pantaloni suoi e alle zampone di Orso. Il quale, tanti passi faceva il suo padrone, altrettanti ne faceva lui. E al momento poi di tornar dentro, allorché lo Sconosciuto aveva lanciato un lungo fischio e gridato: — A casa! — lui, nel timore, chissà, che quello lo volesse magari lasciar fuori, era stato uno tra primi a riprender svelto svelto la via del cortile.

Questione di poco, però. Giusto il tempo di ambientarsi un tantino, perché poi, nei giorni a seguire, non solo Tappo non aspettava altro che si presentasse l’ora della libera uscita, ma intanto che ne approfittava, aveva cominciato ad annusarsi attorno via via con sempre maggior interesse, sino ad arrivare, un bel momento, col mettersi a… covare un certo suo uovo che, notte dopo notte, lo aveva portato a perdere il sonno, tenuto sveglio non già da una, ma bensì da dieci, cento… mille vocine che, tutte insieme, come forsennate, gli si erano messe a pispigliare in testa: “Scappa, Tappo! Scappa! Va dalla Donna! Tornatene a casa! Va!”

Oh, sì: lo Sconosciuto era stato buono con lui. E tanto anche. Oltre ad avergli curato le ferite che si era fatto nel cercar di scappar via, la sera che era capitato lassù da lui, tutti i giorni era lì a portargli una ciotola di zuppa calda da mangiare e una d’acqua fresca da bere. E quante volte gli aveva cambiato la paglia dentro la cassa da imballo, perché la notte sentisse meno freddo… Avrebbe per questo dovuto prestargli obbedienza, essergli fedele, mica tradire la sua fiducia. Già… Ma com’è che poteva farlo? Come?! Con le mille vocine che: “Scappa, Tappo! Scappa!” continuavano notte e giorno a pispigliargli in testa senza un attimo di respiro!

Come poteva far capire allo Sconosciuto che se mai lui, Tappo, fosse vissuto cent’anni, e per cent’anni lui, lo Sconosciuto, lo avesse tenuto prigioniero nel suo recinto, lui, Tappo, non avrebbe perso neppure per un istante la certezza che prima o poi la Donna sarebbe tornata a riprenderlo. Allora sì che sarebbe rimasto lì buono buono ad aspettare. Ma ora… ora che era libero di poter correr da lei. Ora che poteva finalmente farsene ritorno a casa. Ora, nessuna forza al mondo sarebbe stata in grado di poterlo fermare. Nessuna, neppure la gratitudine.

 

Il sole si è fatto una grande palla di fuoco. Con quattro balzi Tappo è sulla strada. L’attraversa e si perde giù, come portato via dal vento, lungo il pendio che precipita a valle.

- Qui, Biondo!… Qui!… Torna qui!… - a gridargli dietro lo Sconosciuto, ma lui ormai è già lontano.

   

7.2

L’Uomo giace assopito sul letto. Il viso gli si è fatto scarno, il naso adunco. Le fleboclisi ai polsi e la pesante ingessatura, che gli ingabbia spalle e torace, gli conferiscono l’aspetto di un antico guerriero. Un armigero ferito in battaglia e ormai morente, tenuto in vita solo in virtù di magiche alchimie che goccia a goccia, da tonde ampolle cristalline appese a trespoli lucenti, gli fluiscono lentamente nelle vene attraverso diafani tubicini appuntiti che gli penetrano nelle carni.

Anche la Donna appare smagrita. Smagrita e stanca. Siede pallida e tesa su di una sedia ai piedi del letto, stretta nel suo inseparabile cardigan color carta da zucchero, che a vederlo pare essersi fatto ora ancora più grande. Tiene lo sguardo fisso sul volto di lui. Ne spia il respiro, il pallore, lo sfinimento. Quanta gente ha mai visto morire così… Quanta! Ridursi di giorno in giorno pelle e ossa, per andarsene poi in silenzio, d’improv­viso, senza un gesto, senza neppure un lamento.

La striscia di luce dorata, che un raggio di sole, filtrando attraverso una fessura della tapparella abbassata, disegna sul soffitto della stanza in penombra, da qualche po’ si è andata via via impallidendo sempre più. La Donna se ne avvede tutto a un tratto, con sgomento, le guance che le si fanno di porpora. Il tempo di lanciare un’ultima occhiata all’Uomo, per sincerarsi che riposi tranquillo, che eccola alzarsi di scatto dalla sedia e correre svelta alla finestra. In punta di piedi, per non far rumore. E una volta là, badando sempre a fare piano piano, affrettarsi a tirar su l’avvolgibile, quel tanto sufficiente che le basti a guardar fuori.

A ponente, cielo e mare si vanno tingendo di rosso. Dello stesso colore delle sette rose destinate alla Madonnina della grotta, che, sfogliate e appassite, penzolano mestamente dalla bottiglia di plastica per acqua minerale, dimenticata su di un angolo del davanzale.

Un altro giorno se ne stava andando. Ritta in piedi davanti alla finestra, la Donna si segna e mormora una preghiera: — Grazie, Sole…

Era una favola, un’antica favola forse mai scritta, che in una sera d’inverno, durante una veglia al cascinale, aveva sentito raccontare da una vecchia del paese. Era la storia di una giovane donna, una fanciulla bellissima, il cui sposo, un boscaiolo, era stato colpito da un terribile maleficio. A lanciarglielo era stato uno gnomo, al quale, per errore, il taglialegna aveva abbattuto l’albero entro cui viveva. Malvagio, e in possesso di poteri magici, al fine di punire l’incauto giovane per la propria sbadataggine, lo gnomo aveva deciso di vendicarsi di lui, condannandolo a dover morire o per il morso di una vipera o sbranato da un lupo.

Folle di dolore, nell’estremo tentativo di riuscire a strappare il proprio sposo all’ine­luttabile destino che l’aspettava, la fanciulla si era allora rivolta in cerca d’aiuto al Sole, il quale, in cambio di un pizzico dell’azzurro dei suoi occhi, nonché di un pizzico dell’oro dei suoi capelli, le aveva promesso di vanificare il sortilegio del crudele nano barbuto. Ma, s’intenda, solo per ciò che riguardava il morso di una vipera. In quanto al lupo… 

E così era stato. In barba allo gnomo e alle sue stregonerie, il giorno seguente era trascorso senza che alcuna vipera mordesse il taglialegna, ma al tramonto, a scongiurare il pericolo che con il sopraggiungere della notte il maleficio dell’elfo potesse compiersi, alla sventurata fanciulla non era rimasto altro da fare se non che di stringere, così come con il Sole, un analogo patto pure con la Luna, offrendole, notte dopo notte, in cambio della protezione che le avrebbe accordato, un pizzico del candore della sua pelle.

Un anno, un mese, una settimana e un giorno era durato l’incantesimo. Il tempo necessario affinché l’albero fatato, in cui lo gnomo dimorava, potesse ricrescere per intero. 

Grazie all’amore della fanciulla, il bel taglialegna era così riuscito a scampare al tremendo maleficio che pendeva sul suo capo, ma lei, poverina, a forza di pizzichi di sé che aveva dovuto pagare al Sole e alla Luna, si era ridotta calva, cieca e nera come il carbone. Così diceva la favola.

I medici del grande ospedale parlavano invece di “reazioni anomale”, di un “imprevedibile e repentino crollo fisico”, di un “malauguratissimo concatenarsi di fattori negativi”, e di questo e di quello, e ogni giorno erano lì a richiedere nuovi esami e a prescrivere nuove cure, ma intanto, col passare del tempo, apparivano sempre più perplessi e preoccupati.

Più di tre settimane erano ormai trascorse dacché l’Uomo era stato operato. A quel tempo, se tutto fosse andato per il verso giusto, avrebbe già dovuto essersene ritornato a casa da un pezzo, e invece… Anziché riprendersi, come sarebbe stato normale facesse una volta superato l’intervento, al contrario, era andato peggiorando via via sempre più, sino a ridursi nello stato in cui era: ad aver, cioè, la vita appesa ad un filo.

Già messa a dura prova che era, nel dover assistere impotente, giorno dopo giorno, al tribolare senza requie del proprio compagno, ora che, con il suo aggravarsi, le si era insinuato nella mente il pensiero, tremendo, di poterlo perdere, la Donna, poveretta lei, non riusciva più a darsi pace. A vederla, in certi momenti: dal modo in cui si comportava, dava quasi l’impressione d’esser uscita fuori di senno. Non per altro, forse, era giunta al punto di affidare la vita dell’Uomo al sole e alla luna, proprio come la fanciulla della favola.

Che poi… che altro avrebbe mai potuto fare? La Madonnina, lei, se ne stava dentro la sua grotta, nascosta chissà dove fra i meandri del vecchio giardino. Gesù, meschino lui, se ne pendeva triste triste dalla sua croce, giù, accanto all’altare, solo soletto nella chiesina del grande ospedale. E Dio?… Dio chissà mai dov’era, Lui?! Si diceva la Donna, non sapendo ormai più a che santo votarsi.

Ma altre ancora erano poi le cose che la Donna si andava dicendo, durante le lunghe ore trascorse al capezzale dell’Uomo. Pure, chissà, che lui, forse, sarebbe anche potuto morire per davvero. Al che lei, se così fosse stato, lei non sarebbe rimasta nella loro casa. No no. Avrebbe cercato un piccolo appartamentino in affitto, magari con un pezzetto di giardino per Tappo, e sarebbero andati a vivere lì, tutti e due insieme. Non si sarebbe più truccata né tinta i capelli, che si sarebbe invece lasciata crescere per raccoglierli poi in una crocchia sulla nuca. 

E se fosse uscita di casa, si diceva ancora la Donna, lo avrebbe esclusivamente fatto per andare a far la spesa e per portar fuori Tappo a sbrigare le sue cosine.

A far visita all’Uomo, poi, ci sarebbero andati tutti i pomeriggi. Che ci fosse il sole, piovesse, nevicasse o tirasse il vento. E che ci si provassero i custodi del cimitero a non voler fare entrare Tappo… Se la sarebbero dovuta vedere con lei!... Tappo… Che se non fosse stato per lui, poverino…

Altre volte ancora, poi, la Donna si diceva che avrebbe voluto andare a vivere in un vecchio casale abbandonato, dove poter dare asilo a tutti i cani randagi di questo mondo. 

E magari non solo ai cani, ma anche ai gatti… ai gatti e ai bambini… Oh, sì sì! Ai cani, ai gatti e ai bambini abbandonati di tutto il mondo!

E se poi, come sovente le capitava, la Donna finiva col chiedersi se, con la morte dell’Uomo, Dio intendesse punirla per il male che poteva aver causato ai propri figli e al loro padre, allora la Donna pregava Dio e lo scongiurava di non farlo. Perché se era del suo affetto e della sua compagnia di cui voleva privarla, lei vi avrebbe rinunciato comunque. A Dio chiedeva solo di potergli restare accanto sino a che non fosse guarito, dopo di che se ne sarebbe andata. Gli avrebbe lasciato una lettera per spiegargli ogni cosa, e sarebbe sparita. Sarebbe andata via, in qualche paese lontano, a curare i poveri e i derelitti come lei.

 

È scesa la notte sul grande ospedale. L’orologio della chiesina ha da poco battuto le due. L’Uomo si lamenta, chiama la Donna. La sua voce non è che un sussurro, ma lei ha il sonno leggero e gli è subito accanto.

Lo sguardo dell’Uomo si posa sul termos che è sopra al comodino.

- Vuoi un po’ di tè? - chiede lei subito pronta. Lui annuisce.

Nel bere qualche sorso, attraverso un pezzetto di tubicino di plastica tagliato da una fleboclisi, che la Donna gli ha posto fra le labbra, l’Uomo accenna un mesto sorriso, a volerle dire, chissà, forse: “grazie”… “coraggio”… “mi spiace”…

 

L’orologio della chiesina batte il primo quarto. L’Uomo si è riassopito.

- Luna, mia bella Luna... - prega la Donna sottovoce, in piedi davanti alla finestra. Quindi si segna e, silenziosa, torna ad accoccolarsi sulla poltroncina di pelle – rimediata nello studio di qualche medico – che la caposala le ha fatto mettere in camera, affinché non abbia a dover passare le notti seduta su di una sedia.

 

7.3

“Corri, Tappo! Corri!” gli gridava pazza di gioia in testa la vocina. E Tappo correva… correva… correva… correva come non aveva corso mai in vita sua. Altro che una lepre! 

E quanta strada che aveva fatto! Persino un bosco aveva attraversato! E si era arrampicato su per un costone talmente ripido che neanche una capra sarebbe stata in grado di salirci!

“Corri, Tappo! Corri!” non si dava e non gli dava tregua la vocina. E Tappo correva… correva… correva… e già si vedeva all’ingresso del vialetto del quartiere dove l’Uomo e la Donna abitavano, e lui con loro. Ah, no! Per quella volta non si sarebbe fermato a salutare Nina. No no. Né Nina né tanto meno Bella. E avrebbe pure lasciato in pace il povero Lillo. Si sì! Quella volta, tutto d’un fiato avrebbe percorso quell’ultimo tratto di strada che ancor gli restava da fare, e filando così veloce che i tre schnauzer non si sarebbero neppure accorti del suo passare.

E che bello poi!…  A casa avrebbe trovato la Donna tutta presa a sfaccendare attorno ai fornelli, di là nel cucinino, con l’Uomo in soggiorno, lì a tenerle compagnia e a dare intanto un’occhiata alla tivù, in attesa che la cena fosse pronta in tavola.

Lui sarebbe arrivato zitto zitto e, oplà, dopo aver superato con un balzo il muretto di cinta, sgattaiolando come un furetto attraversato le sbarre della cancellata, una volta in giardino, sarebbe corso svelto svelto a raspare con le zampe contro la portafinestra sul terrazzino, per farsi aprire.

Le feste che gli avrebbero fatto!… Mamma mia! E Tappo di qui e Tappo di là!… Lo avrebbero ricoperto di baci, carezze e abbracci a non finire. E chissà poi che bella ciotolona piena di cose buone da mangiare che gli avrebbero dato! Aveva una fame!...

“Corri, Tappo! Corri!” lo incalzava a perdifiato la vocina. E Tappo correva… correva… correva… e avrebbe corso fino a consumarsi le zampe, sino a farsi scoppiare il cuore! 

Avrebbe corso, chissà, magari anche fino ad arrivare a casa, se a fermarlo non ci si fosse messo di mezzo nientemeno che un burrone. Uno precipizio così ripido e profondo di cui nemmeno la fine si riusciva a scorgere.

Aveva ben cercato lui di superare l’ostacolo, ma avrebbe dovuto aver le ali alle… zampe per potercela fare. Sarebbe rotolato giù come un sasso, se solo si fosse azzardato a provare a scendere. In quanto a cambiar strada, poi… Un’infinità di volte, mugolando e guaendo senza darsi pace, era corso avanti e indietro da una sponda all’altra della stretta gola in cui si era andato a cacciare, nella vana speranza di riuscire a trovare un varco che gli permettesse di poter proseguire il cammino, ma, ahimè…

“Salta, Tappo… Salta. Perché non salti? Salta!”

A dir la sua, tanto per cambiare, era stata la solita vocina che a Tappo pispigliava in testa. La quale, dopo essersene rimasta zitta e buona per un certo po’, stremata con tutta probabilità dal tanto sbraitare che aveva fatto sino allora, doveva aver pensato bene, tutt’a un tratto, che era tornato il momento di farsi risentire.

Tappo, che, la lingua penzoloni fra i denti, si era nel frattempo gettato lungo e disteso a terra, in cerca di riprendere fiato, l’aveva ascoltata come si ascolta il ronzare di un calabrone. Ma quella: “Salta, Tappo… Salta! Prova a fare un bel salto. Là, davanti a te. Non vedi?... Là, su quella bella palla rossa... Salta!” tanto aveva martellato che lui, cui altro non restava da fare se non starsene lì, a sbuffare come un mantice e a rodersi il fegato dalla rabbia, il muso inchiodato in direzione di un puntolino lontano, al di là del precipizio, non solo aveva preso a sbadigliare e a starnutire a più non posso, ma s’era pure messo a strizzare di continuo gli occhi, abbacinati che aveva dalla grossa palla rossa, che, ora sì e ora no, a guardarla bene, gli pareva esser proprio lì, ad un balzo da lui.

E mezzo accecato che si ritrovava, tra uno sbadiglio e uno starnuto, con la vocina che: “Salta, Tappo! Coraggio! Deciditi!... Salta!...” non si azzittiva un istante, Tappo, che, oltre al pispigliare suo, in testa doveva aver pure una gran confusione, tutto un fremito, squittendo e uggiolando da far pena, si era infine tirato su pian piano da terra, aveva fatto tre o quattro passi indietro, per prender bene lo slancio, e… via: era partito per spiccare il salto.

Di rincorse per lanciarsi sul sole al tramonto, e da lì poi a casa, gagnolando di volta in volta sempre più forte, Tappo ne aveva preso almeno una mezza dozzina, attento sempre a calcolar bene le distanze, ma per finir poi, per sua fortuna, ad ogni tentativo che faceva, con l’andarsi ad arrestare sull’orlo del precipizio che gli stava di fronte, non trovando più, all’ultimo momento, l’ardire di spiccare il volo. 

“Su, Tappo, su… Devi tornare su…” mogia mogia, gli aveva allora pispigliato in testa la vocina, dopo che la grande palla rossa si era fatta ancora più grande ed era a poco a poco sparita dietro le colline, per lasciar posto alle prime ombre della sera “Torna su… che se la Donna…”

E Tappo era tornato su, arrancando passo dopo passo, su su, per l’interminabile erta scoscesa che si era lasciato alle spalle. Ed era andato avanti sino a che le forze lo avevano sorretto, dopodiché, esausto e dolorante, si era andato a rannicchiare in un fosso ai piedi di un cespuglio, e là si era addormentato, sopraffatto dal freddo e dalla fatica.

 

7.4

La casa era la loro casa, ma aveva stranamente i soffitti alti e le porte, anziché bianche, erano laccate di grigio. L’Uomo era in camera sua, a letto. Stava male. Oh, sì sì: molto male. Aveva la febbre. Una brutta febbre. Lei era disperata. Tanto disperata che addirittura piangeva. Piangeva perché aveva il soggiorno pieno di galline e da lì a poco sarebbero dovuti passare i medici in visita, e lei non sapeva come fare per scacciarle via.

- Sciò!… sciò!…sciò!… — si affannava a gridare, agitando le braccia, ma quelle seguitavano a razzolare tranquillamente fra tavolo, sedie e divano come se niente fosse.

- Vieni alla stalla! Presto! Vieni, che il vitello nasce! — le aveva gridato il marito dall’aia. Lei, che si trovava ora al cascinale ed era intenta a fare il bucato, già si stava asciugando svelta le mani per poi uscir fuori, quando, dalla finestra aperta della cucina, era entrato un enorme uccello nero. Un corvo. O così almeno le era parso che fosse. Un grosso corvo dalle penne tutte arruffate, che si era andato a posare sul tavolo e che poi, ghignando e con un gran sbatter d’ali, si era tramutato in una strega. La stessa, identica, nasuta e sdentata megera di un certo film di cartoni animati, che al cinema, da bambina, le aveva fatto così tanta paura. Che urlo che avrebbe lanciato, se, per lo spavento, non le si fosse mozzato il fiato in gola.

Dindin  din… Ridacchiando malevola, dopo essere scesa con un balzo giù dal tavolo ed aver raggiunto saltellando la credenza, la strega, che altri poi non era se non la vecchina menagramo del loro quartiere, aveva preso a battere con la punta del suo bastone su di una zuccheriera di porcellana bianca e azzurra che si trovava sopra ad uno dei ripiani del mobile.

In ginocchio e con le lacrime agli occhi si era perfino messa lei, nel tentativo di farla smettere. E la pregava, la scongiurava, accorandosi a dirle che la zuccheriera era uno dei pochi ricordi che ancora le restavano di sua madre, e che così facendo, prima o poi, avrebbe finito col mandarla sicuramente in frantumi. Ma quella neppure le dava ascolto. Seguitava imperterrita a picchiare con la punta del bastone sul malcapitato recipiente, ghignando a più non posso: din  dindin

La Donna si sveglia di soprassalto. Il tempo di rendersi conto che l’apparecchia­tura elettronica che controlla le funzioni vitali dell’Uomo sembra impazzita, che già è in corridoio a chiamare gli infermieri. A gridar loro di far presto, che l’Uomo stava male, che stava morendo.

Era poi rimasta ad aspettare in piedi in un angolo della stanza, appoggiata alla parete. Un cardigan color carta da zucchero appeso a una gruccia traballante. Alla fine, l’Uomo si era poi ripreso ed era parso che il peggio fosse ormai passato. Ma uno dei due medici, che erano accorsi a vederlo, le aveva detto che sarebbe stato consigliabile, per evitare rischi, trasferirlo per alcuni giorni nel reparto di rianimazione. Al che lei era subito scoppiata a piangere disperata, pregandolo di non farlo: ché lei non voleva, ché delle sue donne, di tutte quelle che venivano spedite in ambulanza al centro di rianimazione del capoluogo, non lo sapeva, lui, quante tornavano indietro!… Quasi nessuna tornava! Quasi nessuna! Ma il medico aveva insistito, e lei, che era infermiera, e che ai medici era abituata ad obbedire, si era infine arresa e, rassegnata, aveva lasciato fare.

A sentirsi male, e al punto di venir meno, era successo poi da lì a poco, quando erano arrivati i portantini a prendere l’Uomo per portarlo via.

Chuin-chuinchuin-chuinchuin-chuin… cigolava una delle ruote del carrello che spingevano. Chuin-chuinchuin-chuinchuin-chuin… Cigolava come le ruote del “carrello dei morti”.

Era un vecchio carrello verniciato di grigio e mezzo arrugginito, con su un materasso ricoperto da una tela cerata, il “carrello dei morti”. Lo chiamavano così perché all’ospedale, dove era stata infermiera, la notte veniva utilizzato per trasportare i defunti dai vari reparti alla camera mortuaria, che si trovava all’esterno dell’edificio, sul retro del cortile.

Durante la cattiva stagione, con le finestre chiuse, il cigolare non lo si sentiva, ma d’estate, quel chuin-chuinchuin-chuinchuin-chuin… metteva i brividi addosso.

 

7. 5

A scuotere Tappo dal profondo torpore in cui era sprofondato, sfinito dal freddo e dalla stanchezza, doveva esser stato il frullo d’ali di un qualche uccello notturno di passaggio, perché lui, d’istinto, ancor prima di aprire gli occhi, aveva levato il muso all’insù.

Ne era trascorso però poi di tempo prima che riuscisse a rendersi conto d’esser lì dov’era: ché un po’ gli pareva di trovarsi a casa sua, acciambellato sul tappeto accanto al letto della Donna; e un po’ di star invece accucciato in mezzo alla paglia, dentro la cassa da imballo, su, al cortile insieme agli altri cani.

Solo dopo aver provato a rigirarsi un po’, che messo com’era, da tanto aveva preso a dolergli il petto, faticava persino a respirare, allora sì che la memoria gli era tornata… 

Eccome se gli era tornata! E la fuga dallo Sconosciuto, e la corsa giù per la china, e il bosco…  e il burrone… e… Altro che trovar la forza di muoversi!… Tutto ciò che bene o male gli era riuscito di fare, era stato di darsi una leccatina alla punta delle zampe anteriori, gonfie e indolenzite che erano, ma giusto giusto proprio perché le aveva a portata di muso, altrimenti…

“Tappo, coraggio, cerca di tirarti su… Forza!… Presto farà giorno… Tappo!…”

Tappo sbadiglia, bofonchia, sbadiglia ancora… Alla vocina che, testarda peggio di un mulo, è già lì pronta a pispigliargli in testa quello che deve o non deve fare, quanto vorrebbe poter dire di piantarla lì, pregarla di smettere, ché solo lui sapeva cosa avrebbe dato per poterla accontentare, ma che per alzarsi in piedi e riprendere il cammino di forze non gliene restavano proprio più, neanche tanto così. Troppa strada aveva fatto, troppa!… Mica era di ferro, lui!... Al punto in cui era arrivato, desiderava solo potersene restare lì tranquillo… dormire un po’…

“Dai, Tappo… Coraggio!…” insiste però quella “Fra poco sarà giorno… Potrebbe arrivar la Donna, e…”

Tappo scuote la testa, sbadiglia, squittisce un lamento e ancora torna a dare un’occhiata all’insù, per sincerarsi che tutto sia tranquillo. Pesto e intirizzito, sconsolato, abbandona infine il muso fra le zampe martoriate e chiude gli occhi, sorretto dalla sola ed unica speranza di poter riprendere sonno, così da non aver più da dover dare ascolto alla vocina, perché a sentirla pispigliare ciò che gli pispigliava, lo faceva star male ancora più di quanto già non lo stesse.

Scorre silenziosa la notte sul colle, silenziosa e quieta. Arida e umile, la luna riluce pallida e tonda, adagiata sulle colline, sotto un cielo che è tutto un brulicare di stelle. È debole il suo chiarore, debole e freddo, insufficiente per far germogliare un seme, ma capace di spargere sulla terra manciate e manciate di splendide gemme di poesia.

“Tappo… Tappo!… Mi ascolti?… Non dormire, Tappo… Ascoltami… Apri gli occhi, ti prego… Guarda ancora insù… Guarda…”

A pispigliare in testa a Tappo, questa volta, non era stata la solita vocina di sempre, ma una vocina nuova, una vocina a cui non gli era mai capitato d’aver dato ascolto prima d’al­lora. Era stata una vocina strana, e che aveva uno pispigliare strano. Un pispigliare leggero leggero da sembrar quasi una carezza.

Mal preso com’era e con quell’altra di vocina, la solita, che lo faceva tribolare, avrebbe tanto preferito potersi abbandonare al sonno, lasciar perdere con le vocine, ma quella, la vocina strana, quella sapeva pispigliare in una maniera così speciale, che lui non se l’era proprio sentita di non darle ascolto. Anche perché poi, intanto che quella gli pispigliava ciò che aveva da pispigliargli, dolori, fame, freddo e stanchezza parevano a mano a mano farsi sempre più lievi.

Quanto tempo, il muso puntato all’insù, Tappo se ne era rimasto lì, buono buono, gli occhi pieni di stelle, a stare a sentire ciò che aveva da pispigliargli quella strana vocina, sinché un bel momento, anche se tutto pesto e indolenzito che si ritrovava, si era tutto a un tirato su pian pianino dal suo improvvisato covile, si era messo per bene sull’attenti, petto in fuori e pancia in dentro, le orecchie belle ritte sulla testa, e aveva lanciato un lungo ululato: un grido così alto, dolce e disperato da risuonare per l’intera vallata ed arrivare ancora chissà dove.

 

7.6

La Donna è sulla riva del mare. Una sottile striscia di sabbia e sassi, immersa nella notte, che si stende ai piedi dell’alta massicciata sulla quale, per un certo tratto, corre la ferrovia che attraversa la città presso cui sorge il grande ospedale dov’è ricoverato l’Uomo. Siede a terra, ripiegata su se stessa, lo sguardo perso a vagare fra le stelle.  

Se ne era venuta via dal reparto di nascosto, senza dir niente a nessuno. Il tempo d’infilarsi la giacca a vento e mettersi un fazzoletto in testa, che già era in portineria, aveva attraversato la strada ed era corsa alla fermata degli autobus. Solo lei, a quel punto, sapeva dove aveva poi trovato il coraggio d’avventurarsi nel sottopasso che portava alla spiaggia, al buio e con l’acqua che dalla volta gocciolava giù da ogni parte. 

Dopo che si era sentita male e che l’avevano fatta stendere sul letto dell’Uomo – rimasto, ahimè, vuoto – fra stremata che era per le emozioni subite e il sedativo che le avevano fatto prendere, aveva finito ben presto con l’addormentarsi, ma per svegliarsi poi di lì a poco di soprassalto e balzar svelta in piedi per precipitarsi in tutta fretta ad affacciarsi alla finestra della stanza.

A cercare la luna, c’era corsa. Ma senza trovarla. Senza trovarla né lì né dalle finestre del corridoio né da quella del bagno. Per questo era scesa al mare attraverso il sottopasso: nella speranza di poterla scovare là, nascosta chissà dove. Ma dal momento poi che quella pareva essersi eclissata, svanita nel nulla, stanca ed avvilita, si era lasciata cadere a terra, e se n’era rimasta lì, a contar le stelle e ad aspettare che si facesse giorno.

 

- E quella?… Quella piccina, là… La vedi, mamma? Quella laggiù… piccina piccina… Come si chiama quella?

- Quella laggiù laggiù… piccina piccina?…

- Sì sì… quella lì… quella lì… Come si chiama quella?

- Quella si chiama “Fiorellina”. — inventava lei, per tornar poi a cantare la ninnananna che stava cantando.

- E quell’altra?… Quella piccola piccola piccola… La vedi, là?… Quella che brilla forte forte…

Era d’estate, quella notte. Una splendida notte d’estate piena di stelle, e lei sedeva su di una panca davanti a casa, il figlio maggiore accoccolato a fianco; il più piccino, cullato fra le braccia.

- Quella che brilla forte forte?…

- Sì sì… quella lì… quella lì… Come si chiama quella lì?

- Quella si chiama “Lucciolina”

 

Sulla costa, a levante, il buio fondo della notte si stempera in un’albedine pallida e incerta. Un chiarore livido e freddo che va a delineare il profilo bluastro della cima dei monti all’orizzonte, ma che a poco a poco, col volgere dell’aurora, si fa via via sempre più vivido e intenso, sino a sbiancare le stelle, per aprirsi poi in un iridescente ventaglio rosso-dorato e divampare infine in una immensa e sfolgorante fiammata di luce e colori, che inonda cielo e mare e che trafigge il cuore della Donna, gettandola in ginocchio a chieder perdono a Dio di tutte le sue colpe e ad implorarlo, affranta, di non far morire l’Uomo.

- Prendi me, Signore, prendi me!… — scoppia ad invocare fra i singhiozzi, lo sguardo acceso, le mani congiunte febbrilmente sul petto - Prendi me!…

E quasi che il buon Dio, da lassù, avendo ascoltato le sue implorazioni, mosso a compassione da una sì tanto commovente prova d’amore e di pentimento, si fosse lì per lì deciso ad esaudirne la preghiera, ecco che la terra sotto ai suoi piedi prende d’improvviso a sussultare. Dapprima con un tremito leggero, quasi impercettibile, ma che nel volgere poi di pochi istanti si fa a mano a mano sempre più intenso, sino ad esplodere in un assordante rombo di tuono.

Che urlo che aveva lanciato e che paura che si era trovata, quando il treno, che tutto a un tratto era sbucato dalla galleria alle sue spalle, le era passato sferragliando roboante sulla testa, per perdersi poi lontano, lungo la marina.

Signori eleganti, signore impellicciate, tranquilli e beati, che se ne sedevano in caldi e lussuosi scompartimenti… Chi a sonnecchiare, chi a chiacchierare, chi a leggere il giornale. 

Chi a gustarsi una tazzina di tè o di caffè, che hostess gentili e sorridenti distribuivano a chi lo gradisse.

Per un attimo la Donna era salita su quel treno e si era confusa tra i passeggeri che si figurava di trovarvi sopra, e quando ne era poi scesa e si era avviata verso il sottopasso per far ritorno all’ospedale, con la morte nel cuore, intanto che camminava, aveva preso a canticchiare una vecchia filastrocca imparata da bambina dai fratelli più grandi. Una canzoncina sconcia, che non aveva mai dimenticato, poiché era solita ripetere a scuola, sottovoce, le volte che la maestra la metteva in castigo per punirla d’essersi bisticciata con questa o con quella delle compagne di classe, le quali, spesso e volentieri, si divertivano a prenderla in giro.

 

7.7

Anche lassù, oltre la cima del colle, le stelle si vanno a poco a poco spegnendo. La sagoma scura della vecchia badia cadente si staglia nitida nella livida luce dell’alba. Puntuale come ogni mattina, Orso innalza i suoi “chicchirichì” al sole che sta per nascere.

Al sentire i suoi abbai, Tappo si scuote,  solleva il muso da terra.

“Coraggio, Tappo, coraggio!…” prende a pispigliargli la vocina in testa “Hai sentito?… Su, ancora un piccolo sforzo!… Coraggio!…”

Pispiglia piano piano la vocina, così piano che lui manco riesce quasi più a sentirla.

Il cielo si fa di fiamma. Tappo socchiude gli occhi.

“Lassù, Tappo, lassù!… Vedi?... È la casa dello Sconosciuto, quella… È la casa dello Sconosciuto!” scongiura disperata la vocina “Tirati su, coraggio!… Torna da lui… Torna su da lui!…

Tappo prova ad alzarsi da terra, a trascinarsi in avanti, ma cade giù con un lamento, il respiro che gli si è fatto un rantolo, le zampe posteriori che pare non ne vogliano proprio più sapere di muoversi. Lo stesso che quella volta al ponte. Proprio lo stesso.

È un vecchio motocarro sgangherato, quello che arranca su, lungo i tornanti che salgono verso la sommità del colle, ma: “Ascolta, Tappo… Ascolta!… Non senti?!…” prorompe in un grido la vocina “È l’auto della Donna, Tappo!… È l’auto della Donna!…”

Il dolore sordo, che a Tappo trapassa il petto e gli mozza il respiro, si fa una fitta acuta, lancinante, terribile.

Ma la vocina non la smette: “È l’auto della Donna, Tappo!… È l’auto della Donna!…”

Così Tappo balza in piedi, con quattro salti raggiunge il culmine della china, ed è sulla strada. La piccola auto rossa della Donna arriva. Si ferma. La portiera si apre. La Donna scende, e: 

- Tappo!… Tappo!… Tappo!… - lo chiama forte, correndogli incontro.

Era solo un sogno, ma Tappo, prima di morire, aveva lasciato che finisse. Aveva atteso che la Donna lo prendesse in braccio e se lo stringesse forte forte a sé, dopo di che aveva abbandonato il muso a terra fra le zampe e si era addormentato felice.

 

7.8

“Sto morendo!…” si era detto fra sé e sé l’Uomo, con stupore “Dio, sto morendo!…” e aveva pensato alla Donna. Alla Donna che non ne sapeva niente, a cui avrebbe invece dovuto dirlo: farglielo sapere che stava per morire. Aveva ben cercato allora di parlare con uno dei medici o degli infermieri che gli stavano attorno, ma già in petto il cuore aveva cessato di battergli e le labbra gli si erano fatte livide e fredde.

 

La luce era poi esplosa all’improvviso, dal nulla. Un vortice di luce accecante, seguito da un sibilo acuto e stridente, e all’Uomo era apparso il prato. Un prato immenso, infinito, trapuntato da una miriade di piccoli fiori bianchi e gialli. E in mezzo al prato c’era Tappo. Tappo che gli abbaiava scodinzolando felice, piroettando a destra e a manca per chiamarlo a sé. 

E l’Uomo era andato, e s’era messo a correre e a saltare sull’er­ba insieme a lui. A correre e a saltare reggendosi sulle proprie gambe.

Poi, una voce forte, risonante, lo aveva più volte chiamato per nome, gridandogli di svegliarsi, di rispondere, di aprire gli occhi, e l’Uomo si era nuovamente ritrovato immerso nel buio, in preda all’angoscia e alla sofferenza.

 

Quante volte, nel ripensare a ciò che gli era capitato quella notte, l’Uomo si era  poi chiesto se quel meraviglioso prato fiorito, che gli era apparso, avesse fatto parte del Paradiso o, viceversa, fosse stato il risultato di una allucinazione chimica prodotta dal suo cervello morente. Ma come tanti, cui durante la propria esistenza è capitato di vivere un’esperienza simile, neppure lui ha mai saputo darsi una risposta definitiva.

Considerando tuttavia i rapporti intercorrenti fra lui e il Padre Eterno, verrebbe quasi da ritenere che, a conti fatti, possa essersi ritrovato più incline a propendere per la seconda delle due ipotesi, anche se a volte, a lasciarlo alquanto perplesso, era stata un ultima cosa che, prima d’esser stato strappato via dal prato, ricordava d’aver veduto, e che neppure dovesse campare un miliardo di anni potrebbe mai dimenticare.

Era stata l’immagine di Tappo. Tappo che se ne stava là a guardarlo, fermo in mezzo all’erba, ben piantato sulle quattro zampe, le orecchie e il mozzicone di coda ritti all’insù, e il muso… il muso atteggiato in modo tale da sembrare che gli stesse sorridendo.

 


EPILOGO

 

Sono trascorsi parecchi anni, ormai, dall’autunno in cui l’Uomo è stato operato e Tappo è morto.

Occorse non poco all’Uomo per riprendersi dal difficile intervento cui fu sottoposto, e se ne uscì, lo dovette in massima parte alla dedizione della sua compagna, la Donna, la quale, giorno e notte, si prese amorevolmente cura di lui, durante la lunga convalescenza che ne seguì.

Pur se di quando in quando il male alla schiena si faccia ancora sentire, ciononostante l’Uomo può restar ora seduto sulla sua sedia dal mattino alla sera, senza dover per questo andare incontro a grosse difficoltà.

Di Tappo, di quanto gli era capitato, l’Uomo lo venne a sapere solo dopo aver lasciato l’ospedale. Che era morto al canile, dov’erano stati costretti a portarlo, non trovando come meglio poterlo sistemare, la Donna ne era invece venuta a conoscenza da prima, informata  per telefono dall’amica pettinatrice, la quale, a causa del perdurare della loro assenza, era salita un mattino al colle per sincerarsi di come stesse.

Non fu affatto facile per la Donna tenere il segreto tutto per sé, ma lo fece ugual­mente, consapevole che la brutta notizia, se mai ne fosse venuto a conoscenza, avrebbe potuto pregiudicare, e anche in maniera determinante, la già lenta ripresa del suo compagno, la cui vita, per giorni, era rimasta sospesa ad un filo.

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Sapere che Tappo non c’era più, quando, in certi momenti, a dargli la forza di non lasciarsi andare era stato proprio il pensiero di vederselo saltare sul letto, una volta tornato a casa, fu per lui  un colpo durissimo. Ma non fu solo un immenso dolore quello che provò. Provò anche rabbia. Rabbia e impotenza. E la consapevolezza, ancora una volta, d’aver dovuto pagare, e sempre a troppo caro prezzo, quel poco di buono che dalla vita gli veniva concesso.

Di Tappo, del piccolo randagio che con tale prepotenza era entrato nella loro vita da lasciarvi un segno indelebile, per desiderio di lui, l’Uomo e la Donna avevano finito col non parlarne più. Almeno sino ad un pomeriggio di fine marzo di alcuni anni dopo.

Quel giorno l’Uomo era da poco uscito sul terrazzino di casa per dare un’oc­chiata al tempo, quando, ad un tratto, si sente chiamare dalla sua compagna. Volta la sedie e la vede ritta in piedi sulla soglia della portafinestra, gli occhi umidi di pianto. Sorpreso e preoccupato, le chiede che le sia mai successo. Lei, per tutta risposta, gli si avvicina e gli mostra una sua vecchia maglietta nera, che tiene stretta fra le mani.

— Guarda… — gli fa poi, con un fil di voce. Lui osserva attentamente, senza tuttavia riuscire a notare nulla di particolare.

— Qui… — gli indica allora lei, e punta il dito su un filino sottile sottile che spunta fra le maglie scure della trama. È un pelo, un minuscolo pelo giallino. Stupito, l’Uomo fa appena in tempo a vederlo, che una folata improvvisa di vento se lo porta via.

Di scrivere di Tappo, all’Uomo è venuto in mente qualche giorno dopo. Un mattino che se n’era andato al ponte con la sua sedia, intanto che se ne stava là a guardar scorrer sotto l’acqua del fiume.  

Da allora, e per tre anni e più, ha continuato instancabile a trafficare davanti al suo computer, a scrivere e a riscrivere pagine su pagine di quella che ha poi pensato di chiamare “La storia di Tappo”.

Si era rammentato di una novella, un breve racconto letto da ragazzo, in cui si narrava che Dio impiegasse il tempo a prendere nota su di un certo suo “Grande Libro” della storia di tutti gli uomini buoni che passano su questa terra, affinché di loro ne restasse il ricordo per l’eternità.

Di certo era solo una favola, ma, ammettendo che così non fosse e presupponendo che il buon Dio avesse già parecchio da fare per suo conto, l’Uomo si era detto che se l’avesse scritta lui, trovandosi il lavoro già fatto, chissà mai che nel suo “Grande Libro”, tra le altre storie, sempre Lui, il buon Dio, non avesse voluto farci stare anche quella di un piccolo cane con la coda mozza e dal pelo color pelle di daino, che non meritava proprio d’essere dimenticato mai.

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