Associazione Nazionale Partigiani - Viguzzolo
Claudio
per KikirikìLa furia infame della brigata nera, battuta ormai in ogni parte ed in ogni luogo, ridotta ormai coi piedi nella fossa, ma non ancora sazia delle sue nefande prodezze che fanno inorridire tutto il mondo civile, si è abbattuta su di te, eroe purissimo, proprio quando i tuoi sogni stavano per tramutarsi in realtà. Permettimi di trattenermi ancora un pochino con te per rievocare le tue gesta e perché queste misere righe insegnino ai pochi lettori a conoscerti meglio, ad amarti, ad emularti: perché i tuoi compagni seguendo il tuo esempio scaccino definitivamente il barbaro oppressore che tanto lutto ha portato alla nostra Patria percossa ed insanguinata. L'8 settembre ti ha trovato alla scuola di applicazione di Parma ove da poco eri giunto per avere 1'ultimo colpo di pennello, prima di entrare definitivamente nei ranghi dell’esercito, prima di prendere il comando di un reparto che educato da te al maneggio delle armi e alla disciplina della guerra, da te doveva essere portato a misurarsi con il nemico. Non ti sei scoraggiato non ti sei abbattuto: sapevi con certezza che la tua opera sarebbe stata utile nei cimenti futuri.
Sperduto in un paesello di campagna per sottrarti ai traditori fascisti hai seguito con entusiasmo i primi fatti d’armi che i patrioti vivevano sulle montagne. Tu volevi partire subito e come un puledro scapestrato mordevi il freno che ti costringeva a valle per altro compito. Bisognava illuminare i nostri soldati, non permettere di cagionare, loro malgrado, altri danni alla Patria. Il governo fascista che, contrariamente alla volontà del popolo italiano, ci è stato imposto dall'invasore tedesco, non doveva rafforzarsi, non doveva prestarsi all'intento nazista di annientare completamente l'Italia derubandola dei viveri già insufficienti ai suoi figli, spogliandola delle attrezzature delle sue fabbriche, defrodandola dei suoi uomini validi per portarli a marcire in qualche fabbrica germanica. Ti sei prestato a questo compito con passione, con l’esempio e con la parola; hai creato un’atmosfera ostile ai nazifascisti, hai preparato molti elementi per le formazioni partigiane. Tutto questo ti ha cagionato una denuncia da parte di qualche fascista convinto. E così è giunto il giorno, da te tanto agognato, di salire ad una formazione di montagna. Era un piccolo nucleo in embrione composto di pochi uomini e per lo più disarmati. Non ti sei scoraggiato, la tua fede purissima non ha trovato ostacoli: eravate pochi ma valevate molto.
Con la tua coperta sulle spalle sei partito per la montagne lasciando dietro dite la vita comoda, il tuo soffice lettino, lasciando in pianto la tua mamma e il tuo papà che tanto adoravi, la tua amata fidanzata Paolina, per compiere innanzi tutto il tuo dovere di soldato. In quelle tristi e barcollanti camerette di Avi da decenni disabitate, hai in breve dimenticato la vita brillante e la divisa gallonata di ufficiale per imparare a fare il pane a cuocere il rancio, ad addormentarti sulle foglie e sulla paglia spesse volte umide e bagnate. Il tempo passava mentre le armi tante volte promesse non arrivavano. Franco, leale, con il sorriso sulle labbra, hai sopportato per lunghi mesi il freddo, spesse volte la fame. Con i vestiti laceri e le scarpe rotte hai dovuto intraprendere lunghe marce attraverso i monti, con il fango e la neve che ti arrivavano alle ginocchia per andare a ritirare quei pochi viveri che qualche compagno di pianura riforniva. Lunghe marce e di notte per non essere visti. Eravate pochi e male armati e non dovevate dar agio alle spie di compiere il loro abominevole lavoro. A poco a poco e dopo dure fatiche la formazione ha preso consistenza e con le prime azioni hai avuto modo di distinguerti e di farti apprezzare. I tuoi compagni ti volevano bene, ti seguivano ovunque, sempre anelanti azioni migliori.
Un giorno mi scrivesti: - Parto al comando di un distaccamento. Sono contento che finalmente sono stato apprezzato: farò del mio meglio e vedrai che saprò farmi onore. Penso che per te quello sia stato uno dei giorni migliori. Hai avuto il comando di un reparto, sei stato messo alla testa di trenta uomini forti e coraggiosi, hai avuto piena autonomia e ti sei messo al lavoro con più lena, con maggior passione. Nel paese di Avi, dopo venti giorni di permanenza, sei stato segnalato ai tedeschi che si sono messi sulle tue traccia. Con abile manovra ti sei sganciato, vi siete sganciati magnificamente bene e dopo due giorni di marcia siete rientrati in zona, mentre i tedeschi, più volte gabbati, si allontanavano con le pive nel sacco.
Dopo qualche giorno ti sei portato al blocco di San Sebastiano Curone ove una macchina di tedeschi bene armati che cercavano di passare con un violento fuoco di mitraglia attraverso il blocco, è stata da te e dai tuoi uomini crivellata mentre il personale tedesco è rimasto ucciso. Hai aumentato così il tuo armamento, hai aumentato la possibilità di colpire più a fondo il nemico.
Il tuo coraggio, il tuo tempestivo quanto immediato intervento ovunque si presentasse l'occasione era noto a tutti. Il giorno dopo la cattura della macchina, ti è giunta la comunicazione che a Volpedo, già sede di un reparto sanitario tedesco, erano arrivati trenta uomini della brigata nera. Non bisognava lasciarli in pace: quella gente, credendosi protetta dalla presenza di elementi tedeschi in sito, avrebbe commesso qualche bravata, avrebbe ostentato ancora una volta la sua forza; il suo coraggio vuotando qualche magazzino di viveri e di materiali, asportando il mobilio e la biancheria a qualche donna, magari sfollata, soltanto perché aveva un figlio sbandato o coi ribelli. kikirikì, è stato un attimo preparare il tuo piano i tedeschi contano poco, per trenta briganti neri bastano quattro partigiani.
La scelta di questi è presto fatta quattro anziani, quattro partigiani che in ripetute occasioni hanno dimostrato di possedere un coraggio non comune, uno spirito d'iniziativa invidiabile, una fede che non conosce limiti. Una macchina, una macchina partigiana che anche lei sa conoscere la gravità del momento e non si ferma, non falla nei momenti cruciali, e via. In qualche decina di minuti la macchina e arrivata a destinazione e i briganti neri impauriti si sono allontanati velocemente, così velocemente che tre non hanno fatto in tempo a salire in camion. e sono rimasti in paese. Il rastrellamento è stato difficile impossibile scovare tre uomini nascosti in un paese di campagna. Dai tedeschi ti sei accontentato di qualche informazione e poi sei ritornato sui tuoi monti. Kikirikì, ho raccontato questo fatterello, pur avendone taciuto molti di importanza militare, unicamente perché i tuoi compagni sappiano quanto profondamente sia stato radicato in te lo spirito di abnegazione. e il senso del dovere. Per questo mi porterò a qualche mese addietro.
Dopo la tua partenza per la montagna sono stato sempre in collegamento con tuo papà, che ansioso si recava settimanalmente a prendere tue notizie. Quando gli raccontavo le tue gesta, i particolari della tua vita, mi seguiva attentamente quasi vivesse con te quei giorni di aspra lotta, di dure fatiche, di enormi sacrifici. Era orgoglioso di te e più di una volta mi ha espresso il desiderio di arruolarsi nel tuo distaccamento per aiutarti e seguirti più da vicino. Erano ormai cinque mesi che non ti vedeva, quando gli ho promesso un abboccamento con te, abboccamento che non è avvenuto in seguito ai fatti militari che si sono susseguiti, in quei giorni, a ritmo accelerato. Quel giorno che sei andato a Volpedo in cerca della brigata nera, vicino alla macchina è passato un uomo in bicicletta che vedendoti ha salutato: era tuo padre. Tuo padre che molto probabilmente faceva una passeggiata in bicicletta lungo la strada di San Sebastiano forse con la speranza di vederti e forse unicamente con la speranza di respirare la stessa aria pura che respiravi tu. Un cenno di saluto e la macchina ha proseguito la sua corsa. Avresti potuto fermarti, abbracciare tuo papà che da tempo non vedevi, ma... soprattutto il dovere, poi gli affetti famigliari.
E così tuo padre non ti ha più visto: la sorte crudele ha voluto che tu cadessi colpito da piombo nemico lontano dai tuoi cari. Dopo pochi giorni sei passato al blocco di Pertuso ove hai vissuto i giorni più gloriosi della brigata. Il 22 agosto si sono presentati al blocco 25 bersaglieri: è stato per te un gioco attaccarli, disperderli e catturare un bel bottino di armi, munizioni e prigionieri. Dopo un giorno di riposo si sono presentati bersaglieri e tedeschi armati non solo di armi automatiche ma anche da un pezzo da 47/32 e da due mortai da 81. Per tutto il giorno è durata la lotta con alterna vicenda: con sette uomini hai resistito all’attacco frontale di più di sessanta repubblicani per dar tempo ai tuoi compagni di completare l'accerchiamento. Ciò è avvenuto verso il tramonto che ha visto la resa degli attaccanti. Di fronte ad una cinquantina di prigionieri, una decina di morti ed altrettanti feriti, di fronte a tutte le armi e le munizioni che sono passate in tue mani, frutto del tuo lavoro, a stento potevi frenare la tua gioia. Guardavi e manovravi quelle armi che ben conoscevi, ma che soltanto allora erano passate di tua proprietà, ansioso di metterle all'opera. E, infatti, l'occasione non tardava.
Bersaglieri e tedeschi si sono presentati all'attacco per tutto il giorno successivo.
Eravate parecchi uomini ma una volontà sola, un cuore solo, una barriera di ferro e di fuoco ove inutilmente hanno cozzato e si sono arenati tutti gli attacchi avversari; La morte che passava sghignazzante e beffarda fra le vostre file non vi ha lasciato l'abbattimento della morte naturale anzi, vi ha aizzati, vi ha messo nel sangue il desiderio della lotta, la voluttà del. fuoco, la bramosia della vittoria.
I vostri sguardi che momentaneamente si posavano su un cadavere che sorridente sembrava dire: - Vendicatemi -, si inoltravano subitamente nel campo avversario in cerca della preda aggrappata nel folto dei cespugli. I vostri colpi sono stati veramente terribili, implacabili. Avete seminato nel campo avversario cadaveri su cadaveri, avete disseminato nelle rupi e nelle valli elmetti, zaini, borracce unitamente a feriti invocanti il soccorso. Il gracidare macabro delle mitragliatrici, intercalato al rombo roco del cannone, al tonfo sordo del mortaio hanno coperto ogni altro rumore, ogni altra attività che non fosse la lotta implacabile e cruenta.
Le vostre menti, i vostri cuori hanno cessato di pensare, si sono estraniati dall’attività normale per fondersi in un tutto unico, in un corpo solo proteso alla lotta anelante alla vittoria. Per tutta la giornata la montagna è stata in fermento il traffico di automezzi e carriaggi è stato intenso. Uomini che arrivavano, feriti che lasciavano il campo per essere medicati e riprendere il loro posto di combattimento, donne trepidanti che cuocevano il rancio, mentre tu Kikirikì, nell'epicentro della lotta, nell'infuriare della battaglia sei sempre stato il padrone assoluto della situazione, l'esecutore intelligente ed intrepido degli ordini che un comando superiore ti impartiva. Verso le ore 16 tu stesso sei stato ferito ad un ginocchio e, contrariamente alla tua volontà, costretto a lasciare il campo di battaglia. Al tramonto, dopo di aver influito al nemico oltre duecento perdite siamo stati costretti a ritirarci su altre posizioni. Per tutta la notte sei stato trasportato su una slitta attraverso monti e boschi per raggiungere la nuova sede della brigata. I tuoi compagni soddisfatti delle belle prove dei giorni precedenti non potevano godere delle vittorie riportate; un ombra di mestizia traspariva dai loro volti; non potevano capacitarsi che tu, sempre vispo e sano, pieno di vita e di movimento potessi rimanere immobile sul tuo candido lettino.
Ci vorrà un mesetto prima che possa ritornare quale era prima aveva detto il dottore, ma tutti si auguravano e speravano di averti in formazione quanto prima. Ancora stanchi delle fatiche dei giorni precedenti e delle notti insonni, siamo stati costretti a spostarci senza avere la minima possibilità di portare con noi il prezioso fardello dei feriti. Tu, fra i tanti, eri il meno grave e in qualche modo avremmo potuto portarti con noi, ma non hai voluto abbandonare i tuoi compagni di sventura. Un vigliacco, che in noi non aveva trovato che comprensione ed amicizia, un prigioniero cui avevamo restituito la libertà, ha portato i tedeschi al tuo rifugio. E cosi si sono impossessati di feriti e di assistenti. Giornate di angoscia e di timore, di speranze e di spasimi abbiamo trascorso in attesa di avere vostre nuove.
E purtroppo sono giunte: sono giunte da parte di testimoni oculari che il destino benigno ha riportato fra di noi, ma quali ferali notizie! Kikirikì ti hanno vilmente assassinato. Quei criminali assassini privi di ogni senso di umanità hanno buttato finalmente la loro maschera dimostrandosi in tutta la loro bassezza, in tutta la loro brutalità. Briganti neri di Bolzaneto! Pavoneggiatevi pure di aver ucciso quattro ribelli fra cui un capo. Siete dei vigliacchi, avete ucciso della gente inerme, dei feriti immobilizzati e sofferenti. Avete ucciso Kikirikì, reo soltanto di avere amato l’Italia e la libertà con tutto l'animo, fino al sacrificio supremo. L'eroico suo comportamento non vi ha toccato il cuore, ma già è una parola troppo grande per voi che ne siete privi, per voi che siete stati abituati ai soprusi verso i deboli, per voi che non conoscete cosa sia una morte eroica. Non ha battuto ciglio! è morto con la visione dell’Italia risorta sul cuore, è morto come solo i grandi, come solo i puri sanno morire. Fate presto, vigliacchi! - sono state le uniche parole che siete riusciti a cavare dalla sua bocca, durante tutto il tempo in cui è stato vostro prigioniero.
E tu, Gibelli, che hai ordinato il fuoco contrariamente agli ordini del comando tedesco: e tu, Gibelli, che per primo hai aperto il fuoco e poi ti sei messo a cantare "Kikirìkì non canta più'" non meriti nessuna invettiva. Il senso di umanità che è la base del nostro movimento e il popolo italiano ti giudicheranno. Con noi tu hai aperto una partita, speriamo di chiuderla quanto prima. Una donna, una partigiana, la nostra Olga che così amorevolmente aveva assistito i feriti, non e stata capace di reggere a tanta mostruosità; vi ha urlato in faccia la vostra vigliaccheria e vi ha chiesto di morire pure lei vicino a quei prodi.
Si può immaginare tanta brutalità?
La vendetta che da noi è stata messa al bando in questo caso è un dovere. "I morti la chiedono di sotto la terra sconvolta dalla battaglia impari, i vivi la gridono per i morti prematuri e innocenti", quel sangue che ha macchiato e spruzzato quel lembo di montagna chiede vendetta. E vendetta sarà fatta. Ci butteremo nella lotta pur sapendo che questa sarà dura, senza regole di cavalleria e senza alcun sentimento di umanità, così come ha voluto il nemico. E' questo il tuo ultimo desiderio, Kikirikì! - Ora è il momento di combattere, unitevi e combattete ovunque il nemico. Queste sono le ultime parole che hai rivolto al tuo distaccamento. Di queste parole, la brigata che ora porta il tuo nome ne ha fatto vangelo.
E' questo il nostro grido, il nostro giuramento. Combatteremo ovunque e comunque il barbaro oppressore perché l'Italia risorga, perché il tuo sogno si avveri, perché tu finalmente possa dormire in pace l'eterno riposo.
SETTEMBRE 1944
Trascrizione dall'originale a cura di Luciano Bezerédy (web master www.anpimarassi.it)
Opuscolo edito dall'ANPI di Viguzzolo (AL), finito di stampare in Tortona nel Luglio 1945 per i tipi della Tipografia S.Rossi
(L'originale in possesso di Luciano Bezerédy, per un casuale evento è stato ritrovato nell'abitazione di Marassi, ora abitata dalla Famiglia Bezeredy Lorenzo, ma a suo tempo già abitazione di Paolina Aldrighi, la fidanzata del Comandante Partigiano Virginio Arzani)