La guerra in Italia

La figura del re, del principe ereditario, di Badoglio e di tutta una casta politica e militare compromessa e complice del fascismo e che, nell’assoluta incuria per centinaia di migliaia di soldati italiani abbandonati sui vari fronti di guerra e nei territori occupati, nel completo disinteresse per la nazione e, solo con lo scopo di salvaguardare le proprie vite, avevano gettato l’Italia nel caos, di queste scelte sono responsabili e già condannati dalla storia. Ma in ultima analisi, nel concreto quella era stata la classe borghese politico militare che aveva portato al fascismo, che aveva condotto la nazione in una guerra di rapina e di aggressione nel massimo dell’impreparazione e che chiudeva indegnamente la propria parentesi storica. In Italia i tedeschi attuarono una prima linea di resistenza sulla cosiddetta linea Gustav (Garigliano, Cassino e Sangro) e da questa linea gli Alleati non riuscirono a passare se non nel maggio 1944 raggiungendo Roma il 4 giugno. Si arrivò così ad una nuova linea di resistenza tedesca che si stendeva lungo l’Appennino tosco-emiliano da sopra Livorno per Bologna sino alle paludi di Comacchio. Qui si dovette attendere l’aprile del 1945 per completare la liberazione d’Italia. Negli anni tragici dell’occupazione nazista e del governo repubblicano fascista di Salò, l’Italia seppe esprimere per mezzo della lotta partigiana il senso della propria dignità e giustificare il diritto a quel riscatto politico che le competeva. La resistenza, dopo l’armistizio si trasformò in una lotta aperta contro l’esercito tedesco, passato alla posizione di esercito occupante. Dopo le prime rivolte popolari avvenute a Roma e a Napoli, (le quattro giornate di Napoli), si costituirono in Piemonte, nel Veneto, in Emilia e in Liguria le prime organizzazioni partigiane. Dopo la dichiarazione di guerra alla Germania da parte dell’Italia (13 ottobre 1943) e il riconoscimento della cobelligeranza italiana da parte degli eserciti alleati, il Comitato di liberazione nazionale dell’alta Italia (CLNAI) assumeva la guida della lotta partigiana al nord contrapponendosi anche sul piano legale e politico al governo fantoccio di Salò.

I partigiani

Nonostante le numerose difficoltà e i dissensi politici sorti in senso al Comitato, le forze partigiane trovarono nelle Marche, in Toscana, in Liguria e Piemonte grandi centri di azione. Nel maggio del ‘44 le formazioni partigiane settentrionali si organizzarono come esercito regolare e costituirono il Comando del corpo volontario della libertà (CVL). Nell’estate del ‘44 affrontarono alcune battaglie tra cui la più importante fu quella di Monte Fiorino, mentre il tentativo di liberare Siena e Firenze provocò le più feroci reazioni da parte dei tedeschi in tutta la Toscana. Le lotte si spostarono nel nord oltre la cosiddetta linea Gotica e qui i partigiani si affiancarono in modo determinante all’esercito alleato. Si arrivò così al 25 aprile 1945 quando l’avanzata alleata e l’insurrezione partigiana portarono alla completa liberazione d’Italia e segnarono la fine di Mussolini giustiziato a Giulino di Mezzegra sul lago di Como il 28 aprile.

La Resistenza italiana

La Resistenza italiana nacque subito dopo l’8 settembre del 1943. Fu la spontanea, multiforme reazione della grande maggioranza del popolo italiano alla ventennale dittatura fascista, all’alleanza con la Germania nazista e all’andamento disastroso della guerra. Alla Resistenza partecipò una moltitudine, spinta dell’impeto naturale di salvarsi dalla prigionia tedesca, ma anche da una fervida aspirazione di liberazione, ed una minoranza che ebbe il coraggio di prendere le armi e d’iniziare la guerriglia contro i loro alleati, i fascisti della Repubblica di Salò. Il Movimento annoverò nelle sue file migliaia d’italiani, uomini e donne, operai, contadini, professionisti e sacerdoti. Questo esercito di anonimi si prodigò in mille modi, a rischio della propria vita, per dare aiuto, rifugio, cibo e vestiario ai perseguitati e ai ricercati dai nazisti, ai gruppi di sabotatori che agivano nelle città occupate, agli organizzatori del fronte sindacale che operavano nelle fabbriche, ai partigiani che impegnarono, per venti mesi, in una logorante guerriglia, 13 divisioni tedesche e fasciste.

GAP e SAP

La Resistenza italiana nacque il giorno stesso in cui il governo Badoglio proclamò l’armistizio fra l’Italia e le potenze alleate. Non ci furono tempi vuoti di mezzo; ed è questo fatto che viene a confermare, in sede storica, l’esistenza per tutto il ventennio, di una sorda ribellione alla dittatura fascista e d’un mai sopito sentimento naturale alla libertà. Le bande armate operarono in montagna ed in pianura. I Gap (Gruppi d’azione patriottica) e le Sap (Squadre d’azione partigiana) agirono per lo più nei centri abitati, grandi e piccoli, con attentati alle istituzioni del nemico e con azioni di sabotaggio. Quindi Gap, Sap e bande di partigiani costituirono l’esercito combattente della Resistenza. La maggioranza di queste formazioni erano legate ai vari C.L.N. (Comitati di Liberazione Nazionale), organi squisitamente politici; i dati relativi alle organizzazioni politiche a cui facevano capo le forze di Resistenza (Partito Comunista, Partito d’Azione, Partito Socialista, Democrazia Cristiana ecc.) non sono certi, in quanto i dati forniti dalle loro associazioni o dai partiti politici, non concordano con dati in possesso del Ministero della Difesa, così anche il numero dei caduti, dei feriti e dei dispersi. Comunque un’analisi comparativa consente di affermare che i combattenti della Resistenza Italiana furono circa 270.000.

13 divisioni bloccate

L’esercito tedesco, nonostante l’alta efficienza delle sue unità, la ferrea disciplina e la presenza delle forze speciali, quali le «SS», accusò fin dai primi mesi i colpi ricevuti dalle bande di partigiani. Infatti importanti contingenti di truppa (13 divisioni) non poterono essere utilizzate al fronte, dove combattevano le truppe regolari, perché indispensabili all’interno per fronteggiare le formazioni partigiane che minavano continuamente la sicurezza dei rifornimenti, ed i gruppi armati e gli organizzatori clandestini della città, che ostacolavano seriamente la produzione bellica. I partigiani si erano procurati le armi prelevandole dai depositi dell’esercito italiano. Ma si trattava di fucili e di poche altre armi leggere che non potevano reggere il confronto con quelle dei nazisti. C’era poi il problema delle munizioni. A queste deficienze sopperirono in seguito gli Alleati, in particolare con le forniture di armi, munizioni, denaro ed ufficiali di collegamento ai partigiani del settentrione. Solo nel corso degli ultimi quattro mesi di guerra, gennaio-aprile 1945, la Special Force organizzò 865 lanci di materiale da guerra ai partigiani del nord. Due terzi di tali lanci riuscirono, cioè 551 per complessive 1200 tonnellate e precisamente 650 tonnellate di armi e munizioni, 300 tonnellate di esplosivo e 250 tonnellate di altri materiali. Anche in riferimento a questi aiuti l’efficacia della Resistenza armata fu maggiore nel nord d’Italia. In proposito si possono distinguere due zone separate approssimativamente da una linea che va dalla foce del Cecina, in Toscana, ad Ancona, nelle Marche. A nord, includendo non solo l’Italia settentrionale, ma anche la valle dell’Arno e parte delle Marche, la resistenza raggiunse quell’alto livello di organizzazione e di efficienza che ne giustificò la definizione di «Stato libero in territorio occupato». A sud della linea Cecina-Ancona, nelle diciassette province, che all’epoca dell’occupazione tedesca gravitavano intorno a Roma, la Resistenza più che un movimento organico fu la somma di un gran numero di attività e d’iniziative popolari, quali ad esempio l’insurrezione di Napoli ed i vari attentati contro i tedeschi e fascisti. Per 19 mesi consecutivi le forze della Resistenza attaccarono il nemico ovunque questi si trovava, creando zone libere in diverse province e precedendo le armi degli Alleati nella liberazione di città e centri minori. Nell’aprile del 1945 il C.L.N.A.I. (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) mobilitò l’intero schieramento della Resistenza in appoggio all’ultima grande offensiva alleata in Italia. Le forze tedesche e fasciste in ripiegamento vennero impegnate dai partigiani, mentre le grandi città del nord insorgevano ad una ad una. Agli aspri combattimenti nell’ultimo tratto dell’Appennino ed in Liguria fecero eco le insurrezioni del 23-26 aprile a Genova, Torino e Milano; del 27 a Padova; del 28 a Venezia; del 30 a Treviso, Belluno e Trieste; del primo maggio a Udine e negli altri centri posti sulla via della ritirata nemica.

Il contributo della Resistenza

Per 19 mesi consecutivi le forze della Resistenza attaccarono il nemico ovunque questi si trovava, creando zone libere in diverse province e precedendo le armate degli Alleati nella Liberazione di città e centri minori. Il contributo di sacrificio e di sangue della Resistenza italiana fu elevatissimo: 45.000 partigiani caddero in combattimento, 23.000 furono torturati e trucidati dai nazisti e dai fascisti dopo essere stati arrestati in campagna o nelle città; oltre 20.000 furono i feriti; 19.000 civili, uomini, donne e bambini vennero passati per le armi. Ed ancora bisogna aggiungere gli 8.000 politici ed i 30.000 e più militari che non fecero ritorno dai campi di prigionia della Germania. Le perdite umane degli Alleati, nell’intera campagna d’Italia, furono inferiori a quelle della Resistenza.

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